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Emergenza Kenya. Diario Africano

Nairobi, 30 maggio

Le effettive spaccature nel paese che hanno provocato gli scontri di gennaio e febbraio continuano ad emergere con periodicità e decisione.


Le rivendicazioni della setta dei “Mungiki”, che più volte ha dimostrato la sua capacità di mettere il paese in ginocchio senza preavviso, non trovano risposte, sebbene il Primo Ministro Raila Odinga abbia dato la sua disponibilità a condurre una mediazione con il loro leader, attualmente detenuto per via di una condanna di sette anni per detenzione di armi.
I “negoziati” tra i rappresentanti del governo e la setta non sembrerebbero fare progressi. Per sabato 7 giugno i Mungiki hanno convocato una imponente manifestazione nel centro di Nairobi che è stata prontamente proibita dalla polizia. Dato che i Mungiki hanno dimostrato la capacità di apparire improvvisamente e simultanemente in diverse città del paese, sorprendendo gli apparati dello stato, possiamo aspettarci per le prossime settimane nuove e violente manifestazione della loro presenza ed il loro desiderio di avere un ruolo politico concreto.

Mentre i Mungiki sono il volto più evidente di una spaccatura della coesione nella base elettorale del Presidente Kibaki (sia Kibaki che i Mungiki sono di etnia Kikuyu), sul versante dell’Orange Democratic Movement di Raila Odinga le rivendicazioni dei sostenitori soprattutto di etnia Kalenjin della Rift Valley, dei loro 40 deputati e del loro leader William Ruto, stanno rendendo la vita molto difficile al neo-primo ministro.
Il governo infatti insiste sulla necessità di portare a termine i processi di oltre 12.000 “giovani” che sono stati arrestati nel corso delle violenze con accuse che vanno dall’omicidio allo stupro alle aggressioni, mentre una buona parte dei sostenitori dell’ODM richiede con gran forza la loro immediata scarcerazione.
Pur non avendo condiviso questa posizione nelle ultime settimane, ieri Raila, per mantenere la coesione del suo partito, ha dichiarato che non solo non si può prendere in considerazione un’amnistia per questi giovani, perché non avrebbero commesso crimini ma solo difeso la democrazia in un momento in cui era minacciata, ma che essi devono essere scarcerati immediatamente e senza condizioni.
Ovviamente le famiglie delle vittime (il cui numero ufficiale si è attestato a 1.200) e degli sfollati (inizialmente 350.000 secondo il governo, ma senz’altro molti di più) non vogliono assolutamente saperne e reclamano a gran voce che i responsabili delle violenze vengano puniti. br> Si profila dunque un duro e nuovo scontro nell'ambito del governo e dei sostenitori delle due principali parti.

E’ da notare che tutto ciò sta avvenendo nel quadro di una nuova fase pre-elettorale. L’11 giugno, infatti, si svolgeranno nuove elezioni parlamentari per eleggere i successori dei due deputati ODM uccisi agli inizi dell’anno, del deputato che è stato eletto a “Speaker” del Parlamento e in altre due circoscrizioni dove i brogli sono stati così evidenti da non permettere una ratifica dei risultati.
Queste elezioni sono molto importanti, anche perché attualmente i gruppi di ODM e PNU e dei partiti più piccoli che li sostengono sono sostanzialmente equilibrati e una netta vittoria in queste elezioni potrebbe portare alla creazione di un gruppo chiaramente maggioritario nella struttura legislativa del paese.