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Avis-Africa, l’amicizia continua

Tommy Simmons, direttore generale di AMREF Italia, traccia il bilancio della seconda campagna di vaccinazione promossa insieme all’AVIS in Nord Uganda tra il 2005 e il 2009, in un’intervista pubblicata sul periodico dell’AVIS Comunale di Milano



AVIS&Milano, periodico dell'AVIS Comunale di Milano, ha intervistato il direttore generale di AMREF Italia, Tommy Simmons, per tracciare un bilancio della seconda campagna di vaccinazione nei campi profughi del Nord Uganda, frutto dell’accordo tra AMREF e AVIS Milano, le AVIS della Provincia di Milano (compresa la Provinciale), l’AVIS di Roma, la Provinciale di Roma (e Ciampino) e le comunali di Spotorno e Squillace. Tra il 2005 e il 2009, con l’accantonamento del mezzo euro a donazione e con l’efficace campagna “Dona sangue, salva due vite”, sono stati raccolti circa 136.000 euro, utilizzati per vaccinare 13.600 bambini, che si aggiungono ai 19.000 bambini vaccinati nella prima campagna tra il 2003 e il 2005.

Come si è conclusa la campagna di vaccinazione?
Con grande soddisfazione. In questi anni abbiamo fatto salire i distretti del Nord Uganda Gulu, Pader e Kitgum dall’ultimo al primo posto nella copertura nazionale di vaccinazione. Le epidemie letali di morbillo sono state debellate! Inoltre abbiamo formato il personale locale, attrezzato ospedali, realizzato la catena del freddo per la conservazione e fornito le biciclette per andare nei villaggi. Il contributo di Avis ci ha permesso di raggiungere risultati straordinari.

E ora?
Ora stiamo valutando cosa fare per il futuro. Servono infatti nuove strategie perché, con la fine dei conflitti, un milione di persone che viveva nei campi profughi sta tornando nei propri villaggi, sparpagliandosi su un territorio molto ampio, dove è più difficile e costoso offrire servizi di scolarizzazione, vaccinazione e acqua per tutti.

Ci sono nuovi progetti con Avis Milano?
Stiamo studiando la possibilità di una collaborazione per il servizio dei “Flying doctors” (dottori volanti), con cui copriamo duecento ospedali della Tanzania, Uganda, Sud del Sudan, Kenya. In pratica, con una programmazione annuale, trasportiamo tecnici, chirurghi, pediatri e urologi in aereo dagli ospedali delle città agli ospedali rurali più lontani. Consideri che l’80% dei medici lavora nelle grandi città, dove però vive solo il 20% della popolazione. Negli ospedali remoti invece è difficile avere assistenza specialistica, così noi li portiamo a operare e visitare per una settimana e a formare il personale locale sulle cose più semplici. Il budget annuale dall’Italia è di 500mila euro, ma da tutti i paesi coinvolti (dalla Svezia al Giappone) arrivano 3 milioni di euro all’anno.

Piccoli ospedali con sale operatorie?
Sì, sono ospedali statali e missionari attrezzati con sala operatoria. Ma magari hanno un solo medico.

Quante persone lavorano in Amref al progetto “Flying doctors”?
Abbiamo un responsabile generale, infermiere specializzate, cinque specialisti nostri che lavorano al progetto a tempo pieno (urologi e chirurghi plastici ricostruttivi in particolare). E poi tutti gli altri medici statali che vengono dagli ospedali principali.

Come mai servono chirurghi plastici
ricostruttivi?
Servono per moltissime situazioni, dai casi di poliomelite alle ustioni che sono molto frequenti. Nei villaggi si cucina su fuochi all’aperto ed è frequente che un bambino ci caschi dentro o che gli si rovesci addosso una pentola di acqua calda.


Negli ultimi dieci anni lei ha vissuto molto in Africa, a contatto con situazioni estreme di povertà. Qual è la motivazione che spinge a fare certe scelte?
Nel mio caso quando ho toccato con mano certe realtà non ho più potuto tirarmi indietro. Ma per me la normalità è il mondo più povero, non quello del benessere europeo che, tra l’altro, sottovaluta i propri privilegi. Inoltre vivere in Africa non mi ha impedito di avere due bambine nate a Nairobi, di otto e dieci anni, che fra poco arriveranno in Italia. E mia moglie, inglese, lavora anche lei nella cooperazione.

C’è emergenza sangue in Africa?
C’è grandissima carenza, ma quando sopraggiunge una emergenza le popolazioni delle grandi città si mobilitano. Ricordo qualche anno fa un attentato a Nairobi con esplosioni che avevano fatto crollare le vetrate dei palazzi provocando 5000 feriti. Abbiamo allestito il centro raccolta nei nostri uffici e, lanciato l’appello, è iniziata la processione dei donatori in lunghissime file. Mentre per le operazioni programmate si rendono disponibili gli amici e i parenti. Non c’è invece la cultura della donazione abituale.

Il sangue è controllato?
Sì, negli ospedali il sangue viene controllato.

La crisi mondiale ha impattato anche sugli aiuti all’Africa?

Sì, con il risultato che fra cause economiche e cause climatiche (la grande siccità dell’Africa orientale) la povertà aumenta. Per la crisi ad esempio, le Nazioni Unite hanno dovuto interrompere alcuni programmi alimentari e sono dieci milioni le persone che, solo in Kenya, non hanno cibo. Questo è dunque un momento cruciale per rilanciare le collaborazioni. Il sostegno dell’Avis è stato importantissimo, ci ha permesso di ottenere risultati concreti e importanti e contiamo di rinnovare questa collaborazione.

Come rispondere ai casi di disonestà nella
gestione di fondi anche da parte di Ong, che a volte si leggono sui giornali?
Non generalizzare, perché gli scandali ci saranno sempre come in tutti i settori. Ma quello che i sostenitori possono fare è documentarsi bene sulla destinazione dei fondi e verificare la trasparenza dell’organizzazione che scelgono. Noi, ad esempio, oltre a un collegio di revisori interni, abbiamo in statuto l’obbligo di certificazione esterna e siamo soci dell’Istituto italiano per la donazione che fa una ulteriore verifica esterna sulla contabilità degli associati. Le Ong vivono della fiducia dei propri sostenitori e devono conquistarsela!