MIGRAZIONE: LE DIGHE CHE NON TENGONO E LE PASSATE CRISI

Home News & Eventi Blog
25 Gen 2016

25 Gen 2016
Migrazione: le dighe che non tengono e le passate crisi
  • Uomo con bambino sudanese
  • Campo profughi africa bambini
Uomo con bambino sudanese
Oggi l’Europa si sente come un’ampia valle nella quale si stanno riversando vari "torrenti di rifugiati e migranti". Molti europei, alle prese con una perdurante crisi economica, si sentono sempre più inquieti dinanzi a questa crescente piena di volti e culture diverse, che paiono minacciare la loro stessa identità e sicurezza. Per questo premono affinché i loro governi ergano dighe per arginarne i flussi.

Per esperienza però, mi è molto chiaro che dinanzi all’impeto dei torrenti d’acqua e di persone non ci sono dighe che tengano. Quando una casa brucia tutti coloro che possono scappano, uscendo dalle porte, saltando dalle finestre, perché restare è impossibile e lo scampo si cerca correndo qualsiasi rischio.

Le continue migrazioni - per via dei conflitti, delle siccità, della demografia - sono un fatto perenne nella storia dell’umanità. Se oggi la ricca Europa è sconcertata dal dover ricevere in casa quella che in fondo è solo la punta di un crescente iceberg alla deriva sul pianeta è perché per decenni si è ritirata nel suo benessere ovattato, come se la storia del mondo contemporaneo non la riguardasse.

Oggi i ministri dell’interno dei paesi membri dell’Unione Europea si riuniscono tanto per decidere l’entità delle "dighe interne ed esterne" da erigere o rinnovare, quanto per dare una "zappa sul piede" della piena integrazione del continente, mentre oltre le sue frontiere si sentono i tuoni dei temporali che andranno ad alimentare i torrenti in arrivo nella verde valle.

Attraverso Amref Health Africa, nel corso della mia vita lavorativa, in Africa ho visto ben più del milione di persone che hanno raggiunto l’Europa nel corso del 2015.

I primi grandi numeri di sfollati e profughi dalle campagne li ho visti a metà degli anni Ottanta, prima in Somalia, gente in fuga dalla guerra per l’Ogaden tra Etiopia e Somalia, e poi in Etiopia, quando col sostegno sovietico e dell'esercito il dittatore Mengistu Haile Mariam tentava di costringere i contadini a vivere nei villaggi progettati dallo stato “per il loro bene”.

A seguire, in Somalia nei primi anni e alla metà degi anni Novanta, ho visto decine di migliaia di persone accampate tra le macerie di Mogadiscio nonostante nella città imperversasse una violenta guerra tra clan e poi altre decine di migliaia di civili inermi in attesa di qualsiasi aiuto in campi sparsi nel paese.

Nello stesso periodo, la guerra e la carestia avevano portato alla fuga verso il nord ovest del Kenya di decine di migliaia di sud sudanesi - compresi i 25.000 “Lost Boys of South Sudan” che dopo aver errato per mesi praticamente senza accompagnatori o una chiara meta, hanno bussato alla porta del paese vicino e vi hanno trovato una precaria ospitalità.

Durante l’estate dell’"infame 1994 ruandese", la cima di una colllina in Tanzania mi ha regalato l’indimenticabile (purtroppo) colpo d’occhio su mezzo milione di persone assiepate sul confine dello stato imploso e vittima dei peggiori massacri di cui si abbia memoria. Le strade d’accesso offrivano lo spettacolo di inarrestabili fiumi di persone cariche di figli, materassi sulla testa, pentolame e valige che a testa bassa e in silenzio totale andavano a ricongiungersi alla tendopoli appena nata.

Poi ho visto e lavorato molto con i due milioni e passa di nord ugandesi prigioneri di “villaggi protetti” nel proprio paese, rinchiusi dalla paura ma senza possibilità di scampo sulle loro colline, perennemente all’erta per via delle minacce di tal Joseph Kony e i suoi tagliatori di gole e rapitori di bambini dell'Esercito di Liberazione del Signore.

Ed oltre ai sopravvissuti dei conflitti, durante gli ultimi tre decenni ho anche visto la straordinaria esplosione dei grandi agglomerati urbani africani che vengono quotidianamente accresciuti dalla migrazione delle campagne oramai sature: quotidianamente dalle zone rurali africane gli autobus arrivano carichi di famiglie in cerca di casa, lavoro, sicurezza, speranza per il futuro. Gli attuali 200 milioni di abitanti delle baraccopoli africane, che dall’Europa sono ancora invisibili, non sono che il preludio del miliardo di anime che abiterà quei luoghi tra vent’anni. Anche questa è una grande migrazione della quale per oggi non teniamo conto, ma che in un domani non lontano diverrà più evidente.

Mercoledì 27 gennaio, Amref Health Africa promuove un incontro per discutere di ciò che realmente è a monte delle ondate migratorie che preoccupano l’Europa perché per affrontarle bisogna capirne le radici.

Tommy Simmons
Fondatore Amref Italia



Altre informazioni correlate



Iscriviti alla nostra newsletter
Consenso al trattamento dei dati personali
Dichiaro di aver ricevuto, letto e compreso la presente informativa sul trattamento dei miei Dati Personali da parte di AMREF e di prestare a AMREF il mio consenso (che potrà in ogni caso successivamente revocare) all'utilizzo dei miei dati personali per:




ISCRIVITI
Amref Health Africa