PROFUGHI, GLI OSPITI INDESIDERATI. ANCHE IL KENYA LI RIPUDIA

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12 Mag 2016

12 Mag 2016

Profughi, gli ospiti indesiderati. Anche il Kenya li ripudia

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Bambini africani con medico
La vignetta odierna del più importante organo di stampa del Kenya inquadra come l’opinione pubblica viva la questione dei campi profughi, che il Governo ha dichiarato voler chiudere. Tommy Simmons, fondatore di Amref Italia, da poco tornato dal Kenya, da Garissa - luogo che ha subito gli attacchi terroristici di Al shabab- commenta la chiusura dei campi di Dadaab e Kakuma. Quest’ultimo visitato pochi mesi fa dallo stesso Simmons.

La decisione del Governo keniota

Il Governo del Kenya ha annunciato la decisione di voler chiudere i campi profughi di Kakuma, che ospita tra 150.000 e 200.000 persone, soprattutto originarie del Sud Sudan, e il campo di Dadab, che ospita quasi 300.000 somali. Su Kakuma sembra poi aver fatto marcia indietro. Secondo il ministero dell’interno keniota la presenza di oltre mezzo milione di profughi, compresi quelli diffusi nel resto del paese, rappresenta una minaccia per la sicurezza della nazione, perché sarebbe proprio da Dadaab che sono stati organizzati gli attacchi contro il centro commerciale di Westgate a Nairobi e contro l’Università di Garissa. Questa tesi, oggi, è stata sostenuta anche dal vignettista del Daily Nation, il principale quotidiano del Paese, a sottolineare quanto sia condivisa dall’opinione pubblica nazionale.
Oltre agli arrivi più recenti nei campi, la maggior parte dei rifugiati vive in Kenya, in condizioni precarie, da oltre due decenni. Più della metà dei rifugiati in realtà sono nati negli stessi campi e non hanno mai conosciuto il loro Paese di origine. Nei fatti, non appartengono realmente né alla Somalia, dove attualmente per via della concreta e quotidiana minaccia dei miliziani di Al-Shabaab non potrebbero rientrare in sicurezza, né al Kenya, che non li riconosce come cittadini.

Un problema di umanità

Dalle Nazioni Unite e la comunità internazionale, fino alle organizzazioni dedite alla tutela dei diritti umani, la reazione a questo annuncio keniota è stata univoca: non è possibile chiudere i campi perché nei fatti quel mezzo milione di persone non saprebbe dove andare e si provocherebbe una crisi umanitaria (un’altra!) di gravi proporzioni.

Come sappiamo anche in Europa, non è possibile far fronte alla minaccia del terrorismo tenendo fuori dalle proprie frontiere milioni di persone che hanno comunque il diritto alla fuga dall’oppressione e dalla morte, erigendo effimere barriere per tenerle fuori. Penalizzare crudelmente milioni di innocenti con legittime aspirazioni di pace e serenità per proteggersi da un’esigua minoranza di estremisti serve solo a dotare di nuovi strumenti e fertili terreni i fondamentalisti, che possono così reclutare nuovi adepti. La prevenzione della violenza passa soprattutto attraverso il dare ascolto alle aspirazioni dei più bisognosi, lavorando sulla stabilità dei Paesi dai quali fuggono, non eliminando qualsiasi forma di speranza alla quale oggi si appigliano.

Qualche mese fa ho passato una settimana a Kakuma, dove oltre alla maggioranza sud-sudanese ho visto come vivono i rifugiati di quasi 30 altri Paesi – soprattutto africani, in gran parte anche somali, portati lì dalle Nazioni Unite, lontani dalla frontiera del propria nazione, perché bisognosi di maggiori tutele. A Kakuma molte delle abitazioni sono diventate permanenti, perché dopo dieci, vent’anni, le famiglie cercano ovviamente una certa stabilità, e ci sono scuole, negozi, commerci. Ma tutti gli abitanti di quella grande città artificiale, nata in mezzo ad un deserto e senza alcuna ragion d’essere oltre alla fuga di quelle migliaia di persone, settimanalmente devono fare la fila per accedere alle insufficienti razioni alimentari fatte di riso, fagioli, farina, olio. Le famiglie (e i rifugiati, non bisogna dimenticarlo, sono di ogni età) sono lì per necessità, per speranza, e sono lì alla totale dipendenza degli aiuti. Fare d’ogni erba un fascio e accomunare tutti i rifugiati agli estremisti, ai bracconieri, ai contrabbandieri, è fare un torto inaccettabile a chi di torti ne ha già subiti tanti. Amref a Kakuma interviene con azioni mirate per migliorare la salute dei profughi, attraverso i Dottori volanti.

Lotta alla xenofobia

E’ chiaramente comprensibile che un Paese come il Kenya, che di problemi propri ne deve già affrontare troppi, voglia trovare una soluzione per gestire questo mezzo milione di ospiti non desiderati ed è comprensibile, anche dinanzi all’esempio dell’Europa che costruisce barriere per tenere alla larga i rifugiati, che si muova con decisione proprio in questo periodo in cui “il problema rifugiati” è all’ordine del giorno dell’attenzione mondiale. Ma non è accettabile che non si inizi più concretamente a porre limiti all contagio della xenofobia, perché le conseguenze potrebbero essere gravi per tutti.


Tommy Simmons
Fondatore di Amref Italia



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