IN QUESTO MONDO DI MURI

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23 Feb 2017

23 Feb 2017
In questo mondo di muri
campo Kakuma Kenya
Stiamo costruendo un mondo di barriere per rinchiudere i più bisognosi nei loro inferni. Per arginare i flussi di persone in fuga dall’atroce conflitto siriano, lo scorso anno diversi Paesi europei hanno eretto barriere invalicabili sulle proprie frontiere e a seguire la stessa Unione Europea ha promesso cifre colossali alla Turchia, primo punto di approdo per centinaia di migliaia di profughi, affinché facesse di tutto per trattenerli sul suo territorio.

Nel mentre, gli Stati Uniti - “faro della democrazia” - premiava una campagna elettorale che prometteva la costruzione di nuovi muri per arginare altri pezzi di umanità in movimento e tra le sue prime iniziative il neo-presidente del Paese ha addirittura tentato di bloccare l’arrivo di tutti i cittadini di sei nazioni, indipendentemente dalle motivazioni che potevano portarli a voler lasciare i propri Paesi. Quasi in simultanea il Kenya, che ospita il più grande campo profughi del mondo, ha formalmente deciso di rimandare nel loro tormentato Paese di origine, anche forzatamente, i somali che lo popolano, e la maggioranza degli elettori della democratica Gran Bretagna ha deciso di lasciare l’Unione Europea, soprattutto per bloccare l’arrivo di nuovi migranti di ogni tipologia. Sulla scia del successo del “modello turco”, ora l’Unione Europea investirà nella caotica Libia affinché trattenga i migranti che controvoglia l’affollano. Ieri, invece, il Camerun, in barba alle convenzioni internazionali che vietano il rimpatrio forzato dei richiedenti asilo, ha espulso 517 nigeriani scappati dalla minaccia delle milizie di Boko Haram.

Ogni Paese e continente del mondo ha sempre nuove sfide da affrontare per soddisfare i bisogni e le aspirazioni dei propri cittadini e spesso, e ripetutamente nell’arco della storia dell’umanità, per dare l’impressione di agire nei confronti di problemi reali o percepiti crea un nemico esterno contro il quale coalizzare gli umori dell’opinione pubblica; oggi questo nemico esterno di comodo un po’ ovunque pare essere diventato lo straniero, il diverso, l’intruso al quale, per maggiore comodità, non viene concessa voce in capitolo e comunque ne a casa propria ne dove cerca rifugio ha qualsivoglia forma di strumenti con i quali difendersi.

Il mondo, a tutela di tutti - di noi come di loro - si era dato lo strumento le convenzioni internazionali a tutela dell’infanzia, dei diritti, dei rifugiati, e laddove sopravvive uno stato di legalità questi principi ampiamente condivisi sono stati fatti rispettare - come nei tribunali degli Stati Uniti che hanno contraddetto gli ordini presidenziali e quelli keniani che hanno bloccato l’espulsione dei somali dal Paese, equivalendola a una “persecuzione di gruppo”. Ma esiste un rischio reale che le nuove ondate di xenofobia finiscano con erodere anche quei “principi ampiamente condivisi” e faticosamente costruiti sulle ceneri di conflitti mondiali, sul ricordo delle vittime di ripetuti genocidi, sullo sfruttamento palese dell’infanzia, sui bavagli legati sulla bocca delle donne e sulla conoscenza della corruzione che saccheggia ancora troppi Paesi.

È bene prestare molto attenzione a quanto sta avvenendo nel mondo perché questo diffuso e non più tanto strisciante abbandono di principi e convenzioni umanitarie che ritenevamo acquisite oltre a intensificare le sofferenze e i rischi che corrono milioni di persone potranno avere per tutte le società e gli individui conseguenze più ampie che oggi non possiamo prevedere. Aderendo a tutte le convensioni internazionali pertinenti al suo lavoro, Amref Health Africa auspica che non vengano rimesse in discussione a parole o nei semplici fatti.

Tommy Simmons
Fondatore di Amref Italia



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