SUD SUDAN. FUGA DALLE ARMI, DALLA CARESTIA E DALL’IMPLOSIONE DELLO STATO

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20 Mar 2017

20 Mar 2017

Sud Sudan. Fuga dalle armi, dalla carestia e dall’implosione dello Stato

  • Sud Sudan Campeanu
  • Foto Andrea Campeanu
Sud Sudan Campeanu
Oggi, mentre scrivo, 3.000 nuovi rifugiati sudsudanesi al giorno vanno ad unirsi alle 785.000 persone che hanno già trovato rifugio, protezione e assistenza nella sola accogliente e preparata Uganda. 785.000 persone in fuga (più tremila al giorno) sono quasi equivalenti allo spostamento in un Paese estero, nell’arco di pochi mesi, dell’intera città di Torino (la quarta in Italia), sono senz’altro superiori a Palermo e Genova, e sono più del doppio degli abitanti di Bologna, Firenze, Bari, Catania, Venezia. Solo per fare un paragone. Parlando di Sud Sudan e di esodi è anche interessante notare, per inciso, come nel 2016 l’Uganda abbia accolto 489.000 rifugiati rispetto ai 362.000 che hanno attraversato il Mediterraneo per cercare rifugio in Europa. Nel 2013 il PIL dell’Uganda era di $ 22,7 miliardi ; quello dell’Unione Europea (nel 2016) era di $ 16.518.000 miliardi. L’Uganda ha 41 milioni di abitanti, l’unione Europea ne ha 510 milioni.

Normalmente nel loro quotidiano gli Stati, come le persone e le famiglie, dedicano tempo, attenzione e risorse alla manutenzione di quanto costruito e alla correzione degli errori del passato, altro tempo a provvedere alle necessità del presente. Un terzo spicchio di tempo alla costruzione del futuro. Quando gli errori del passato prendono il sopravvento e scoppiano i conflitti, saltano tutti gli schemi e tutti pensano solo alle necessità del presente. Oggi in Sud Sudan ogni schema, programmazione, riflessione razionale è saltata e la necessità primaria della gente è la fuga dalle armi, dalla carestia e dall’implosione dello stato.

Quando una crisi è acuta è giusto intervenire nello stato di emergenza. Quando però una crisi acuta diventa cronica e si interviene soltanto sui suoi sintomi visibili tralasciando tutto il resto, il graduale degrado di tutto ciò che rappresenta la civiltà e il progresso acuisce ogni aspetto della crisi, ne ostacola la risoluzione radicale e annienta ogni speranza di ricostruire una società equilibrata capace di pensare alle necessità del passato, del presente e del futuro. L’urgenza della fame e della tutela della sicurezza fa mettere da parte la necessità di mantenere le strade e le fonti di acqua sicura costruite nel passato. Porta a omettere la scolarizzazione dei bambini e la formazione professionale degli adulti, fa trascurare la tutela di tutti gli altri diritti che una società in pace prende per scontata. La povertà sociale che ne risulta per interi popoli è assolutamente totale e, a distanza, forse anche incomprensibile. E questa, purtroppo, in estrema sintesi è la storia del popolo del Sud Sudan.

A metà degli anni ’90, quando il Sud Sudan come Stato ancora non esisteva ma la sua gente combatteva da vent’anni per conquistarsi l’indipendenza, questa storia era già scritta sulla pelle della gente perché vent’anni di guerra distruggono tutto, anche la conoscenza. La dipendenza dei sudsudanesi dagli aiuti era assoluta, tanto che per sfamarli era spesso necessario paracadutare sacchi di derrate alimentari dagli aerei delle Nazioni Unite. Le sole scuole che funzionavano erano quelle nei campi profughi, oltre confine, e per curare i malati era necessario contare sui volontari provenienti soprattutto dai paesi limitrofi. I tassi di alfabetizzazione erano i più bassi del mondo e nel paese non esistevano istituti per formare qualsivoglia tipologia di quei quadri di cui necessità ogni società.

Per dare al Paese una maggiore forma di autonomia almeno nell’ambito della salute, nel 1998 Amref Health Africa ha fondato l’Istituto Nazionale di Formazione Sanitaria del Sud Sudan, con l’obiettivo di far si che almeno in ogni regione del paese ci fosse qualcuno in grado di assistere i propri confratelli in modo indipendente, senza la costrizione di aspettare aiuti dall’esterno. Gradualmente, anno dopo anno, studente dopo studente, per vent’anni, abbiamo formato assistenti medici. Una figura che con due anni di formazione è in grado di espletare quasi l’80% delle funzioni di un medico, compresi quei parti cesarei che salvano la vita di così tante donne. Durante l’ultimo decennio della guerra d’indipendenza, gli anni della transizione fino alla creazione del nuovo Stato, gli anni di entusiasmo e speranza per la libertà acquisite e - purtroppo, ora - gli anni dell’implosione del Sud Sudan e del suo nuovo conflitto (in)civile, siamo riusciti a formare centinaia di assistenti medici. Si tratta di gente del paese, radicata sul territorio, gente che resta e resterà in Sud Sudan, nel profondo delle propri comunità, gente oggi in grado di lavorare a fianco di chi è malato, è ferito, ha fame ed è in fuga.

Dinanzi alla mancanza di cibo che affligge il Paese, gli assistenti medici formati da Amref Health Africa non possono certo nutrire i bisognosi, però rappresentano lo scheletro portante di quell’infrastruttura umana e professionale senza la quale l’impatto di qualsiasi aiuto dall’esterno non sarà mai ottimale. Amref Health Africa si occupa raramente di emergenze, ma dagli errori del passato abbiamo capito che anche dinanzi alle urgenze del presente è assolutamente necessario continuare anche oggi a formare i professionisti del futuro perché sono i soli che gradualmente potranno supplire ai bisogni della propria gente e contribuire a costruire uno Stato stabile sul quale la gente può contare. Alla lunga, in una società la fame di conoscenze è spesso più lesiva e difficile da curare dei morsi che prova lo stomaco.

di Tommy Simmons
Fondatore Amref Italia



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