"FAREMO NASCERE I BIMBI DEL SUD SUDAN": TRE FUTURE OSTETRICHE

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05 Dic 2017

05 Dic 2017

"Faremo nascere i bimbi del Sud Sudan": tre future ostetriche

Tre future ostetriche
“Ora non abbiamo più paura di guardare negli occhi la nostra gente” dice Costanzia, dal profondo Sud Sudan, il Paese più giovane al mondo. Anche il Papa, qualche giorno fa ha lanciato un appello, contro la fame, per la pace. E nelle parole di Costanzia, Macabi, e Natabugu ricorre con forza il conflitto, la lotta tra le varie etnie, la rincorsa forsennata a migliorare quegli indici di salute e di alfabetizzazione femminile che sono tra i più bassi della Terra. Come Costanzia, anche le altre non hanno più paura di affrontare la vita, la gente: la scuola, gli studi, le hanno rese forti. Ed ora tutte e tre, diplomate puntano a diventare ostetriche. Lo faranno in un istituto che non è solo speranza di salute, ma anche di pace: vi convivono molte etnie che nel resto del Paese sono in fibrillazione.

Costanzia, Macabi, e Natabugu hanno 22 anni e sono nate e vivono dell’Equatore occidentale, un’ampia regione del Sud Sudan. Quando erano più giovani, come tante loro coetanee e conterranee frequentavano la scuola elementare sapendo bene che la probabilità che potessero finire i loro studi era molto bassa visto che già allora solo quattro ragazze su cento riuscivano a finire la scuola media - per via della povertà e di culture locali che le ragazze le danno in sposa molto presto. Ma hanno lavorato seriamente, senza mollare, e la scuola media l’hanno finita.

Nel gennaio del 2013, poi, hanno avuto la possibilità di iscriversi alla Maridi Girls’ Boarding School for the Sciences proprio nel primo anno della sua apertura. Questo liceo femminile era stato voluto da Amref Health Africa e dalla famiglia Ricci per supplire alle poche possibilità che le ragazze continuano ad avere in Sud Sudan di prepararsi agli studi superiori, ad una specializzazione, un problema che Amref ha riscontrato per due decenni di formazione di personale sanitario. Basta pensare che il Sud Sudan è uno dei pochi Paesi al mondo dove la maggior parte delle ostetriche sono uomini…

“Voglio ridurre l'alto tasso di mortalità maternità” racconta Natabugu, che aggiunge un ricordo che le ha cambiato l’esistenza “una volta una madre nel mio villaggio, in travaglio da tre giorni, è stata portata in ospedale in ritardo ed è morta con il bambino. Questo mi ha fatto distrutto dentro, mi ha segnato. Avevo 18 anni”.

Per i 4 anni successivi, con la medesima determinazione dimostrata nella scuola elementare e media, Macabi, Costanzia e Natabugu si sono impegnate nell’obiettivo di finire il liceo e di andare avanti nella vita, indipendentemente da quando la realtà del loro paese sembra dettare. E nel dicembre del 2016 tutte e tre hanno conseguito il loro diploma.

Appena hanno saputo di essere state promosse hanno fatto domanda per iscriversi al triennale corso di formazione per ostetriche sempre gestito da Amref a Maridi - e dato che avevano ottimi voti, sono state prese e ora, da due mesi stanno affrontando con immutato impegno questa nuova sfida - per poi potersi mettere al servizio delle donne, delle madri del loro paese.

Dal 1998 Amref sostiene il Maridi Health Science Institute - MHSI di Maridi, centro di eccellenza per la formazione di operatori sanitari, tra cui le ostetriche del Sud Sudan. Quella la destinazione per Macabi, Costanzia e Natabugu. In questo Istituto si è formato l’80% degli assistenti medici di tutto il Sud Sudan. Ma qui convivono tantissimi ragazzi di etnie diverse, in un Paese dilaniato da decenni di conflitti, che è ancora attraversato da violenze interetniche molto forti.

“Nella nostra scuola non ci sono segni di segregazione o divisioni tra etnie. Siamo tutti sud sudanesi” racconta Macabi, cui fa eco Costanzia “ci sentiamo davvero distrutte per il conflitto in atto. Sta davvero influenzando i nostri studi. In questo paese dobbiamo essere in grado di perdonare a vicenda. Il perdono è l'unico modo in cui la pace verrà. Se non perdoniamo, la pace non verrà”. Natabugu punta in alto “Se potessi incontrare i nostri leader politici, direi loro di smettere di combattere e di coinvolgerci nel portare la pace nella nostra nazione. Così il nostro paese può svilupparsi come le altre nazioni”.




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