FESTA DELLA DONNA, IL GIORNO DOPO, TUTTI I GIORNI. INTERVISTA A GIUSI NICOLINI

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09 Mar 2018

09 Mar 2018
Festa della donna, il giorno dopo, tutti i giorni. Intervista a Giusi Nicolini
La Festa della Donna il giorno dopo. Prima e dopo ogni ricorrenza, sempre e ovunque è l'impegno civile di Giusi Nicolini, già sindaco di Lampedusa e premio Unesco per la Pace. É da poco tornata dal suo primo viaggio in Africa, dopo anni ad adoperarsi per i migranti che arrivavano dal mare nella sua isola. Nel suo ripercorrere le figure femminili ci rimanda ad una Lampedusa che non c'è più e alle mogli dei pescatori. Sprona a non separare la lotta per i diritti delle donne di chi vive nel mondo ricco e chi in un Paese drammaticamente povero. Giusi Nicolini, la donna dei confini, ribadisce che la prima violenza che va estirpata è quella dei femminicidi.

Quali donne simbolo hanno ispirato la tua vita?
Ho in mente tante donne, da Rosa Luxemburg ad Hannah Arendt, Simone de Beauvoir, passando per le donne che hanno fatto la resistenza nel nostro Paese. Chi si è battuto per la nostra libertà, fino a chi ancora oggi si batte per le questioni di genere, perché alla base del femminicidio e delle violenze c'è una profonda questione culturale, che concepisce ancora la donna come oggetto da possedere, piuttosto che come un soggetto libero e pensante.

E nella vita quotidiana quali i tuoi esempi?

Persone concrete nella mia vita, nella mia infanzia a cominciare da mia madre. Una donna abbastanza forte anche se soffriva il sentirsi prigioniera dell'isola. Da lei stimoli positivi e negativi. Superare l'insularità, metafora della condizione di solitudine, emarginazione. 

Che ricordo hai del ruolo delle donne nella tua infanzia?

Molti ricordi, tra cui uno terribile. Quello della sudditanza femminile nel quartiere dei pescatori di Lampedusa. Donne inginocchiate, davanti all'uscio di casa, a lavare i piedi ai mariti quando rientravano dal lavoro.

Quale la tua reazione?
Ero stupita ma avevo un esempio opposto in famiglia. Mio padre era straordinario, mi insegnava a decifrare quei gesti. Per il tempo in cui vivevamo, io sono del 1961, lui era vissuto come anomalo. Diciamo che il mio ambiente familiare era l'opposto.

E le donne cosa dicevano di questo gesto?
Non lo spiegavano affatto come un fatto di sudditanza. In quell'epoca lontana, la totale mancanza di indipendenza della donna sublimava questi comportamenti passivi. Ma loro non ne avevano affatto coscienza di essere complici di un'educazione diseguale. Poi tutto è iniziato a cambiare.

Come?
Grazie alle lotte per la parità sul lavoro, la liberazione da umiliazioni e forme di schiavitù. La lotta è iniziata fuori casa, ma poi lì è ritornata e deve ritornare, per cambiare anche nel piccolo. Oggi a Lampedusa le donne sono le colonne non solo dell'economia, sono attive e consapevoli.

Tu hai incontrato tante donne nella tua esperienza di sindaco di Lampedusa. Cosa più ti è rimasto impresso?

Ho visto, ho sentito storie drammatiche di migrazione, ma un tratto che univa le donne sbarcate era la dignità. La profonda dignità.

Quali le sfide e le urgenze oggi?
Parità dei salari, tempi di vita che consentano l'accesso alle carriere, alla politica, al volontariato, un mondo del lavoro e una società che non considerino la maternità come una minaccia. Oggi le strutture del welfare sono in crisi e ciò che ne consegue è la messa in pericolo di quelle conquiste. Parallelamente, non bisogna mai cessare la battaglia contro il femminicidio, così come ogni altra forma di violenza nei confronti dei bambini. Si tratta di una battaglia fondamentale per scardinare le dinamiche perverse dell’esercizio del potere maschile. 

Perché le nostre lotte in Italia possono essere collegate a quelle di altri posti del mondo che sono in difficoltà?
I movimenti per la liberazione della donna, così come l’impegno per la pace e la difesa del pianeta, hanno in comune un tratto fondamentale: l’etica della solidarietà e quindi della responsabilità. Ogni conquista contro le diseguaglianze, la violenza, lo sfruttamento dissennato delle risorse è un passo avanti verso un mondo migliore per tutti.  Non è un caso, infatti,  che tante donne, in ogni parte del mondo, siano oggi impegnate non solo per cambiare la condizione femminile, ma soprattutto per la pace, contro la tratta di esseri umani, per la difesa dell’ambiente. 

Le nostre conquiste, anche se non sono ancora sufficienti per la liberazione da molti problemi, non ci deve far dimenticare che c'è una parte del mondo in cui le donne subiscono violenze, mutilazioni e soprattutto devono portare il carico più pesante nella comunità. In Uganda l'ho visto con i miei occhi. Abbiamo incontrato tante donne che avevano contratto il virus dell'hiv perché la concezione di esse, da parte degli uomini, era quella di schiave più che mogli. Ciò che ne consegue è malattia, morte e orfani. Molte stanno lottando per il loro  riscatto, ma prive di qualunque strumento.


Perché è importante che ognuno faccia la sua parte, ogni donna?

Bisogna ricordarsi sempre  che l'impegno per la propria liberazione e per  l’uguaglianza serve a cambiare non solo se stesse, ma la società intera,  la comunità in cui si vive ed il mondo. . Questo deve essere sempre presente e deve riempire le donne di responsabilità, anche e soprattutto nei piccoli territori,  nella vita quotidiana, nel lavoro e nella famiglia. 

Perché siete andati in Uganda?
Sono stimati ad oggi in Uganda 1 milione  e 500 mila  rifugiati sud-sudanesi, dei quali la metà sono giunti nell’estate del 2017.  Si tratta di un Paese veramente piccolo (territorio più piccolo dell’Italia e circa 40 milioni di abitanti) e poverissimo (al 163° posto su 188 nella classifica planetaria dell'indice di sviluppo),  e invece di chiedere fondi per alzare muri, ha scelto di accogliere e lo fa addirittura attuando un modello di accoglienza, così definito dalla Comunità internazionale, unico al mondo. 

Hai incontrato molte donne in Uganda?
Ho visitato un centro sanitario nel campo profughi di Rhino, principalmente diretto alle donne e ai bambini, ma che è il riferimento per le necessità di tutti e non solo dei rifugiati. Si tratta di un centro dove le donne vengono seguite durante la gravidanza e assistite nel parto o dopo un aborto, i piccoli vaccinati, e dove si tengono corsi per l’allattamento, la pianificazione familiare, l’educazione igienico-sanitaria. Considera che in Uganda la malaria è endemica, l’aids miete ancora tantissime vittime. Ma Amref sostiene anche progetti estremamente interessanti diretti alla comunità locale. 

Ci puoi fare degli esempi?
Ho conosciuto una donna formidabile che dirige una sartoria dove sono impiegate donne ex sex workers.  Amref le ha formate e sostenuto la nascita della sartoria. Un analogo progetto ha fatto nascere una parrucchieria e consentito la riconversione di altre sex workers.

E il ritorno da questo viaggio con Amref?

Torni con grande tristezza, ma con molte più energie. C'è tanto da fare ma tanto si sta già facendo. In questa lunga stagione dell’"aiutiamoli a casa loro", oggi bisogna avere chiaro cosa significhi aiutare sul serio l'Africa e le donne africane.



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