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Contadino triste africa
La notizia sulle temperature eccezionalmente alte che hanno contraddistinto il 2015 ed il parere degli scienziati sull'accelerazione del “riscaldamento globale” desta molta preoccupazione per tutta l'umanità, ma in particolare per quegli angoli della Terra più fragili e i cui abitanti sono più esposti agli estremi climatici e alle loro conseguenze.

L’uomo si è sempre insediato innanzitutto dove ha trovato un clima ed un ambiente favorevole, creando città lungo i fiumi che permettevano accesso all’acqua e al mondo più vicino, insediandosi nei pressi di pascoli e terreni fertili dove le risorse naturali e il clima facilitavano la produzione di cibo. E tutt’oggi, secondo la Banca Mondiale, il 70% dei più poveri al mondo vive nelle zone rurali del pianeta e dipende dall’agricoltura che dà lavoro ad oltre un miliardo di persone. Nell’Africa Sub-Sahariana la dipendenza dal connubio ottimale tra terra e clima raggiunge i livelli più elevati, rendendo i suoi abitanti più vulnerabili dinanzi ad ogni mutamento degli equilibri climatici. Questo, in un continente dove decenni di deforestazione senza controllo, di massiccia erosione dei pascoli e dei terreni agricoli, di frammentazione crescente delle unità produttive, di una crescita demografica che, soprattutto tra i più poveri, non rallenta tanto quanto ci si aspettava, rappresenta una grave minaccia per la sopravvivenza ed il progresso.

Qualche anno fa, durante una missione di valutazione dell’impatto della siccità verificatasi nel 2011 sulle comunità dell’entroterra keniota, ho incontrato il signor Kajembe (nelle foto). Da lui e dai suoi 0,75 ettari di terra dipendevano 12 persone, compresi 6 bambini piccoli. In casa non avevano alcuna riserva e il granoturco che aveva piantato aveva reso meno dei semi nei quali aveva investito. Per garantire la sopravvivenza della famiglia il signor Kajembe era costretto a tagliare gli alberi del vicinato per farne carbonella, cosa che gli permetteva di guadagnare l’equivalente di circa 4 euro a settimana. Il problema era che da anni, ogni volta che c’era una qualsiasi crisi, il signor Kajembe e i suoi vicini attingevano agli alberi della loro “riserva strategica” e gli alberi oramai erano praticamente finiti. Per di più il pozzo della zona si era prosciugato e la famiglia andava avanti con l’acqua presa da quel che restava di una diga realizzata per abbeverare il bestiame.

Di vite precarie come quella del signor Kajembe e dellla sua famiglia, in Africa ce ne sono milioni. Mentre oggi, per la maggioranza di noi, le alte pressioni anomale comportano soprattutto la necessità di lasciare la macchina a casa per qualche giorno, per loro, che la macchina neanche se la sognano, le sorprese del clima hanno conseguenze ben più ardue.
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