La America First Global Health Strategy, presentata dagli Stati Uniti nel settembre 2025, segna un cambiamento significativo nella cooperazione sanitaria in Africa.

Al posto dei tradizionali programmi multilaterali come USAID e PEPFAR, Washington propone accordi bilaterali diretti Stato-Stato, in cui il finanziamento è legato a obiettivi concreti e cofinanziamento locale.

Questi accordi portano risorse importanti per combattere HIV, malaria, tubercolosi e rafforzare i sistemi sanitari, ma pongono anche sfide legate alla sovranità, alla gestione dei dati e alla definizione delle priorità locali.

La fragilità dei sistemi sanitari locali non è solo un problema interno: le emergenze possono avere ricadute regionali e globali (LSE Global Health Blog, 2025).

Che cos’è la strategia americana “America First Global Health”

La strategia ridefinisce il modo in cui Washington sostiene la salute in Africa.

Gli Stati Uniti stabiliscono milestones e condizioni specifiche prima di erogare i fondi, concentrandosi su HIV, malaria, tubercolosi, sorveglianza epidemiologica e preparazione alle epidemie.

Il Kenya è stato il primo Paese a firmare, con un’intesa da circa 2,5 miliardi di dollari attualmente sospesa da una decisione dell’Alta Corte per questioni legate alla condivisione dei dati sanitari.

Accordi simili sono stati firmati anche con Rwanda, Lesotho, Liberia, Uganda Nigeria e Senegal, mentre lo Zimbabwe ha rifiutato una proposta statunitense da 367 milioni di dollari.

Molti di questi accordi non sono pubblici, ma prevedono generalmente impegni quinquennali con un aumento progressivo del finanziamento sanitario domestico da parte dei governi africani.

Secondo i sostenitori, questo modello riduce la burocrazia e dà maggiore controllo ai governi partner; secondo i critici, però, può portare a dipendenza, condizionamenti e uso di dati sensibili come leva negoziale.

Il caso dello Zimbabwe

Lo Zimbabwe ha rifiutato un accordo statunitense quinquennale da 367 milioni di dollari, giudicato “sbilanciato” dal presidente Emmerson Mnangagwa, perché prevedeva la condivisione di dati biologici senza garanzia di accesso a vaccini o trattamenti derivati.

Il governo ha sottolineato che il modello bilaterale rischia di compromettere la sovranità sanitaria e la tutela dei dati.

Il dialogo con Washington resta aperto, ma con l’obiettivo di garantire la sostenibilità dei programmi HIV senza trasformare dati e risorse sanitarie in leva negoziale (BBC, 2026).

Il caso del Kenya

Dopo la sospensione dei programmi di USAID, il Kenya ha affrontato una fase critica con interruzioni nei servizi sanitari essenziali in alcune contee rurali come Mandera, Isiolo e Marsabit.

La riduzione dei fondi ha provocato carenze di farmaci antiretrovirali, medicinali per la salute materna come ossitocina e magnesio solfato e interruzione di servizi di pianificazione familiare, lasciando molte comunità vulnerabili senza assistenza adeguata.

A dicembre del 2025, il governo ha firmato un accordo sanitario con gli Stati Uniti del valore di 2,5 miliardi di dollari, basato sul nuovo modello di cooperazione bilaterale che prevede un contributo USA di 1,7 miliardi e un cofinanziamento del Kenya di 850 milioni.

Tuttavia, l’intesa è stata temporaneamente sospesa dall’Alta Corte dopo un ricorso della Consumer Federation of Kenya, che ha sollevato preoccupazioni sulla possibile condivisione di dati sanitari sensibili dei cittadini.

Il caso evidenzia come, in un contesto di emergenza sanitaria e riduzione dei finanziamenti tradizionali, anche i nuovi accordi bilaterali possano sollevare questioni delicate legate alla protezione dei dati e alla sovranità sanitaria.

Il caso del Senegal

Il Senegal ha firmato il 16 marzo 2026 un memorandum d’intesa quinquennale con gli Stati Uniti, per un totale di 135 milioni di euro (72 milioni USA, 63 milioni Senegal).

L’accordo prevede il rafforzamento dei laboratori, delle risorse umane, della sorveglianza epidemiologica e della digitalizzazione del sistema sanitario (RFI, 2026).

A differenza di altri accordi, il Senegal non trasferirà cartelle cliniche individuali, ma solo dati statistici aggregati, mostrando come sia possibile combinare finanziamento esterno e tutela della sovranità nazionale.

Il caso dello Zambia

In Zambia, un aumento del 30% del finanziamento domestico per medicinali e forniture mediche ha mitigato gli effetti della riduzione dei fondi esterni.

Nonostante alcune carenze di farmaci per HIV e STI, la capacità locale di pianificazione e cofinanziamento dimostra quanto la finanza interna sostenibile sia cruciale per la resilienza dei sistemi sanitari.

Dati, sovranità e priorità locali

Desta Lakew, Group Director for Partnerships & External Affairs di Amref Health Africa, evidenzia i principali rischi della nuova strategia USA: “Non si tratta di scegliere tra cooperazione multilaterale o accordi bilaterali, ma di come questi accordi trasformano la cooperazione sanitaria in transazioni: se offriamo supporto, gli Stati Uniti ricevono qualcosa in cambio. Questo può includere dati, minerali o priorità su specifiche comunità”.

Lakew sottolinea inoltre che la protezione dei dati sanitari dei cittadini africani e la leadership locale sono essenziali per garantire continuità dei servizi e rafforzare sistemi resilienti.

Le organizzazioni locali possono diventare un contropotere operativo e morale per proteggere la salute globale.

Perché la salute africana è a rischio

Gli accordi bilaterali offrono risorse importanti, ma possono generare dipendenza, frammentazione delle priorità sanitarie e uso dei dati come leva di negoziazione.

Le esperienze di Senegal, Kenya e Zambia dimostrano che la protezione dei dati, la trasparenza e il rafforzamento delle capacità nazionali sono essenziali per evitare che la salute diventi uno strumento di influenza esterna.

Lezioni per il futuro

Per rafforzare la salute globale e proteggere le comunità più vulnerabili in Africa, è necessario combinare partnership internazionali con leadership locale, finanziamento sostenibile, partecipazione delle comunità e trasparenza nella gestione dei dati.

Solo così le risorse esterne possono supportare i sistemi sanitari africani senza compromettere autonomia e priorità locali, proteggendo la salute come diritto fondamentale e bene pubblico.