Nel febbraio del 1937, ad Addis Ababa, migliaia di civili etiopi persero la vita in una repressione violenta ordinata dalle autorità italiane nell’Etiopia occupata.

Questo evento è noto come Yekatit 12, dal nome della data corrispondente nel calendario etiope. In molte parti del Paese esso viene ricordato con cerimonie e monumenti dedicati, tra cui l’obelisco e la piazza che portano quel nome nella capitale.

In Italia, invece, la conoscenza di quanto accaduto in quei giorni è limitata e spesso assente nella memoria pubblica. Ripercorrere quell’episodio significa comprendere una pagina della storia coloniale italiana di cui è importante mantenere viva la consapevolezza.

Il contesto coloniale dell’Etiopia

L’Italia, sotto il regime fascista, aveva avviato l’invasione dell’Etiopia nel 1935.

Dopo mesi di conflitto e resistenza, nel 1936 il Paese venne dichiarato parte dell’Africa Orientale Italiana. La conquista militare fu seguita dall’istituzione di un’amministrazione coloniale e da un controllo autoritario sulla vita politica e sociale.

Anche dopo la fine ufficiale delle operazioni belliche, la presenza italiana in Etiopia si caratterizzò per un uso diffuso della forza e per frequenti atti di repressione nei confronti di civili e oppositori.

L’attentato e la reazione

Il 19 febbraio 1937, durante una cerimonia pubblica ad Addis Abeba, venne compiuto un attentato contro Rodolfo Graziani, che all’epoca ricopriva l’incarico di viceré d’Etiopia per l’Italia.

L’attentato fallì: Graziani sopravvisse, ferito. Gli autori del gesto erano membri dei movimenti anticoloniali eritrei e la loro azione aveva una motivazione politica in un contesto di occupazione e resistenza.

La reazione delle autorità italiane non si limitò alla ricerca dei responsabili: nei giorni successivi Addis Abeba venne travolta da un’ondata di violenza indiscriminata.

Tre giorni di repressione

Tra il 19 e il 21 febbraio 1937, la città fu teatro di una violenza diffusa.

Le forze italiane, unitamente ad altre milizie legate al regime, colpirono senza distinzione civili, quartieri e comunità. Case e strade furono teatro di uccisioni, incendi e arresti sommari. Non si trattò di operazioni mirate esclusivamente contro chi aveva partecipato all’attentato, ma di una repressione collettiva volta a intimidire la popolazione e consolidare il controllo.

Le stime storiografiche moderne indicano che circa 19.000 persone persero la vita in quei giorni, una cifra che rappresenta una quota molto significativa della popolazione cittadina dell’epoca.

Oltre Yekatit 12: la continuità della violenza

La repressione non si esaurì nella sola fine della strage. Nei mesi successivi, episodi di violenza si ripeterono sotto forme diverse, tra cui arresti di massa e esecuzioni mirate, oltre a eventi drammatici come il massacro nel monastero di Debre Libanos nel maggio 1937.

Questi avvenimenti fanno parte di una dinamica di dominio coloniale che non può essere ridotta a un singolo evento isolato ma va compresa nella sua continuità storica.

Memoria e rimozione

In Etiopia, Yekatit 12 è ricordato ogni anno con cerimonie pubbliche e luoghi della memoria, simboli dell’importanza attribuita a quell’evento nel contesto nazionale. La piazza e il monumento dedicati ad Yekatit 12 ad Addis Abeba sono luoghi in cui si riflette sul significato di quella violenza e si onorano le vittime.

In Italia, invece, la presenza dell’evento nella memoria collettiva e nei percorsi educativi è limitata. Questa disparità suscita una riflessione più ampia su come alcune pagine della storia coloniale siano state trascurate o marginalizzate nelle narrazioni pubbliche.

Perché è importante ricordare

Comprendere e raccontare eventi come Yekatit 12 non equivale a un giudizio moralistico sul passato, né a un confronto identitario esclusivo. Significa piuttosto assumere una consapevolezza storica che permette di leggere con maggiore profondità le relazioni internazionali, le eredità delle dinamiche di potere e le implicazioni che tali vicende hanno sulle società contemporanee.

La memoria condivisa, con i suoi spazi e le sue commemorazioni, contribuisce a un dialogo più informato e rispettoso, fondamentale per costruire relazioni durature e basate sulla verità storica.