
"Credo in una cooperazione internazionale, che nasce dall'ascolto e rafforza le comunità".
Commenta così Andi Nganso l'entrata ufficiale nel Consiglio di Amministrazione di Amref Italia. Medico, in specializzazione in anestesista-rianimatore, con esperienza nella gestione sanitaria in contesti di emergenza, ha maturato competenze cliniche e di governance sul campo, con un’attenzione costante all’accesso alle cure e alla riduzione delle disuguaglianze, in Italia e a livello internazionale.
Paola Crestani, Presidente di Amref Italia, lo accoglie con queste parole "sono felice della nomina del dott. Andi Nganso nel CDA di Amref: la sua esperienza di medico e attivista rappresenta un grande valore. Sono certa che contribuirà in modo significativo alla missione di Amref Italia e all’impegno per una corretta narrazione dell’Africa, contrastando discriminazioni e pregiudizi".
Per l'occasione il dottor Nganso ha risposto ad una serie di domande.
Può raccontarci il suo lavoro di operatore sanitario oggi? Quotidianità e sfide del suo operato?
Oggi la mia attività lavorativa è principalmente legata al mio percorso di specializzazione in anestesia e rianimazione. La mia quotidianità è fatta di decisioni rapide, di responsabilità clinica, ma anche di ascolto e relazione.
L’ospedale è uno spazio in cui arrivano tutte le fratture della società: disuguaglianze, fragilità, solitudini. Non è solo un luogo di cura, è un osservatorio privilegiato su ciò che non funziona nei sistemi.
La sfida più grande, per me, è tenere insieme la qualità clinica con una visione più ampia della salute. Non ridurre il paziente a un caso clinico, ma riconoscere che ogni corpo porta con sé una storia sociale, economica e culturale. È lì che la medicina diventa anche una pratica politica.
Nel suo profilo richiama la “gestione sanitaria in contesti di emergenza”. Può raccontarci che tipo di esperienze e in che Paesi e contesti?
Negli anni ho avuto la possibilità di lavorare e collaborare con organizzazioni come la Croce Rossa Italiana e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, occupandomi di accesso alle cure per persone vulnerabilizzate, sia in Italia che in contesti internazionali.
Questo ha significato lavorare con persone migranti, in situazioni di marginalità, ma anche contribuire a riflessioni e progettazioni più ampie sui sistemi sanitari in contesti complessi, come alcune missioni in Africa o nei Balcani.
Più recentemente, ho lavorato come advisor su temi di preparedness e coordinamento sanitario in contesti fragili, come nel supporto alla Mezzaluna Rossa Palestinese.
Queste esperienze mi hanno insegnato che l’emergenza non è mai solo un evento improvviso: spesso è la manifestazione visibile di squilibri strutturali. E che la risposta sanitaria deve sempre tenere insieme intervento immediato e visione sistemica.
Come è nato il Festival DiverCity? Ci può raccontare un momento che lo ha reso orgoglioso di aver ideato questa iniziativa?
Il Festival DiverCity nasce nel 2018 da una domanda semplice ma radicale: chi ha il diritto di raccontare il mondo? E chi resta fuori da questi racconti?
È nato come uno spazio per mettere in relazione arte, design, comunità e riflessione politica, lavorando sui temi della decolonizzazione, della cura e della giustizia sociale.
Più che un singolo momento, quello che mi rende orgoglioso è vedere come DiverCity sia diventato nel tempo uno spazio attraversato da persone diverse, che trovano lì la possibilità di riconoscersi, di raccontarsi e di costruire nuove narrazioni.
Se devo scegliere delle immagini: vedere persone che non avevano mai preso parola pubblicamente salire su un palco e raccontare la propria storia. Oppure vedere l’avvio di carriera di un giovane designer che abbiamo accompagnato. In quei momenti capisci che non stai solo facendo un festival, ma stai aprendo uno spazio di possibilità.
In che modo ha conosciuto Amref e cosa l’ha spinta a dire sì a questo impegno con l’organizzazione?
Ho conosciuto Amref all’interno del mio percorso nella salute globale e nella cooperazione, riconoscendone da subito la specificità: un’organizzazione radicata nei contesti, con una forte capacità di tenere insieme intervento sanitario, formazione e advocacy. Poi le strade si sono nuovamente incrociate quando il festival DiverCity è stato partner di Amref per la conduzione di un progetto europeo di lotta all‘afrofobia, il progetto Champs.
Quello che mi ha spinto a dire sì è stata la possibilità di contribuire a un’organizzazione che ha una storia importante, ma che può anche continuare a interrogarsi e a evolvere.
Credo che oggi la cooperazione internazionale abbia bisogno di fare un passo ulteriore: uscire da logiche paternalistiche o estrattive e costruire relazioni basate su reciprocità, ascolto e responsabilità condivisa.
Entrare nel Consiglio di Amministrazione, per me, significa portare questo sguardo e lavorare affinché la salute globale sia sempre più uno spazio di giustizia, e non solo di intervento.
Qual è la domanda o l’aspetto che non abbiamo trattato, che vorrebbe aggiungere?
Forse aggiungerei questo: oggi non possiamo più parlare di salute senza parlare di potere.
Chi decide cosa è salute? Chi ha accesso alle cure? Quali vite vengono considerate prioritarie?
Se non affrontiamo queste domande, rischiamo di lavorare solo sulla superficie. La sfida, invece, è tenere insieme la pratica clinica, l’azione umanitaria e una riflessione critica sui sistemi.
Per me, questo è il punto: costruire una salute che non sia solo efficace, ma anche giusta.






