Mi ero accorta che c’era un vuoto nella mia comunità. Molte madri volevano uscire a lavorare e provvedere alle loro famiglie, ma non potevano farlo perché avevano bambini piccoli a casa.” Beta Ade ha 27 anni e ci parla dal suo asilo nido a Tulu Dimtu, periferia sud di Addis Abeba: stanze semplici ma curate, pareti colorate e piccoli materassi per il riposo. È una storia di resilienza che nasce prima dei tagli e continua nonostante i tagli, grazie a Kefeta Youth SACCO, la cooperativa di risparmio e credito sostenuta da Amref e guidata da giovani. “Ho pensato che fosse una buona opportunità, non solo per loro ma anche come attività per me”, racconta Beta, che si è laureata in ostetricia e poi ha scelto di costruire qualcosa di suo: “Ho sempre voluto aprire un’attività tutta mia”. Il prestito ottenuto attraverso Kefeta è stato decisivo e veloce: “Credo di averlo ricevuto nel giro di una settimana”. E oggi non è solo un reddito personale: “Ho quattro dipendenti, quindi riesco a sostenere anche loro attraverso questa attività”. Ma l’incertezza legata all’interruzione improvvisa dei finanziamenti USAID – che ha colpito molti programmi di cooperazione in Etiopia, inclusi quelli per lo sviluppo giovanile – si sente anche qui: Beta ha chiesto un secondo prestito per ampliare il daycare e aprire nuove sedi, ma “mi hanno detto che c’è una lista d’attesa”. La ragione, spiega, è semplice: “al SACCO i soldi sono pochi”.

Eppure, in mezzo alla preoccupazione, Beta nota qualcosa che parla di sostenibilità: “La maggior parte dei SACCO che conosco crolla quando i finanziamenti si fermano. Questo invece è ancora in grado di sostenere l’intero sistema”. È la stessa logica che Amref ha scelto di seguire dopo i tagli: non chiudere tutto, ma ridisegnare ciò che resta per continuare a generare impatto nel tempo. Lo racconta anche Wasihun Andualem, responsabile dei programmi di sviluppo giovanile di Amref in Etiopia: il portafoglio dei programmi si è ridotto di oltre il 90%, e questo ha significato attività interrotte, servizi ridimensionati, centri giovanili passati da 23 a 10 e la chiusura di 88 punti di erogazione legati alla salute sessuale e riproduttiva e alla pianificazione familiare, con un obiettivo originario di oltre due milioni di giovani raggiunti solo in parte (circa 1,1 milioni). In questo scenario, la resilienza non è uno slogan: è una scelta operativa. Un pilastro è il rafforzamento delle competenze digitali in dieci centri giovanili, con investimenti in infrastrutture e piattaforme online; secondo Amref, più di 50.000 giovani hanno potuto accedere a formazione digitale e orientamento al lavoro.

L’altro pilastro è Kefeta, che nonostante tutto continua a funzionare, amplia la base e oggi conta quasi 14.000 membri attivi: circa il 90% dei prestiti sostiene piccole imprese giovanili e ogni attività, in media, genera lavoro per almeno altri due giovani, creando un effetto moltiplicatore che diventa cruciale quando le risorse calano. A Galan, alla periferia di Addis Abeba, Tsion Gebreheywot ha 23 anni e gestisce una sartoria: “Ho scelto questo percorso perché è qualcosa che mi si addice perfettamente”, dice. Kefeta l’ha agganciata durante una formazione al college: “Ci hanno parlato del programma di prestiti per i giovani, dove il tasso di interesse era più basso rispetto ad altre organizzazioni”. Oltre al prestito, ricorda il valore della formazione: “Ci hanno formato sulle life skills, su come preparare un business plan”.

Ma oggi la crescita si è rallentata: “Il processo è in ritardo e sto aspettando da molto tempo,  a causa della carenza di disponibilità dei fondi”. L’effetto è concreto: “Se avessi ricevuto i soldi in tempo, avrei assunto più persone e comprato più macchine, mentre sto ancora lavorando con una sola macchina. È difficile”. Eppure, anche lei vede che il modello regge: “Anche dopo il taglio dei fondi, Kefeta è ancora attivo” e nota segnali di consolidamento: “Il vecchio ufficio era molto piccolo, mentre quello attuale… è eccellente. Sembra una vera banca!”. A Shola Gebeya, sempre ad Addis Abeba, Tsion Sertse, 25 anni, guida Colon Coffee e racconta un cambiamento “di mentalità” prima ancora che di portafoglio: “L’esperienza ha cambiato completamente il mio modo di pensare: da dipendente a imprenditrice”. La forza, per lei, è nelle condizioni: “La maggior parte delle organizzazioni chiede garanzie. Kefeta no”, e in un sistema di tassi spesso proibitivi, il fatto di poter accedere a condizioni più sostenibili fa la differenza.

Ma anche qui la preoccupazione torna: quando “ci sono problemi di liquidità”, i prestiti diventano meno accessibili e i tempi si allungano. La lezione che arriva dall’Etiopia è netta: i tagli hanno ridotto scala e velocità, ma non hanno cancellato ciò che è stato costruito per durare; e in un contesto instabile, la resilienza si misura nella capacità di tenere in piedi strumenti che continuano a generare opportunità, lavoro e autonomia, mentre si costruiscono alleanze e risorse per tornare a raggiungere molti più giovani.