GIORNATA DEL BAMBINO AFRICANO, MA LUI HA BEN POCO DA CELEBRARE

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15 Giu 2018

15 Giu 2018
Giornata del bambino africano, ma lui ha ben poco da celebrare
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bambini sud sudan
“In Sud Sudan i bambini non hanno futuro”, mi racconta Isaac, insegnante della scuola femminile di scienze di Maridi, la prima di tutto il Paese, avviata da Amref nel 2013.

Nato formalmente nel 2011 dopo decenni di guerra contro il regime di Khartoum (e più di due milioni e mezzo di vittime), dalla fine del 2013 il Sud Sudan è ripiombato in un violento conflitto civile. Dei suoi 12 milioni di abitanti, 2 milioni si sono rifugiati nei paesi limitrofi e 2 milioni sono sfollati all’interno del Paese - in molti casi cercando rifugio nei numerosi “campi protetti” delle Nazioni Unite. La sua economia è in ginocchio e l’abbandono delle sue terre fertili fa sì che nei prossimi mesi oltre metà della popolazione sarà a rischio di una grave carestia. Entro la fine dell’anno il numero di rifugiati sudsudanesi rischia di sorpassare l’esodo ruandese del 1994 e di rappresentare la più grande crisi umanitaria africana della storia.

“Il problema principale ora non è il conflitto tra il Governo e i ribelli; il problema sono i saccheggi armati alle proprietà dei civili, ad opera dei soldati. Questo tipo di guerra coinvolge tutti. Non c’è pace”, prosegue Isaac, descrivendo un incubo che in Sud Sudan è una realtà quotidiana. “Le persone non possono uscire di casa. Fuggono di notte dalle loro abitazioni. Capita anche a me. Nonostante io sia un insegnante e un insegnante non ha nemici, perché si occupa dell’istruzione anche del figlio dell’assassino del suo parente più stretto. Anche se un uomo uccide tuo padre o tua madre, suo figlio è uno studente della tua classe. Sei il suo insegnante.”

Un Paese di bambini, malnutriti


Il Sud Sudan è anche un Paese demograficamente giovane e quasi il 50% della sua popolazione è composta da bambini che sono particolarmente vulnerabili. Ciclicamente, dato che ad avere un reddito, uno stipendio, sono in pochi, quando i magri raccolti finiscono, i reparti pediatrici degli sguarniti ospedali si riempiono di bambini malnutriti. Come mi ha detto l’anno scorso una nutrizionista nella capitale, “se ne perdiamo solo 4 o 5 per noi è un successo”. Ciclicamente, con l’arrivo delle piogge la malaria, varie forme di diarrea, il morbillo e altre malattie fanno sfaceli. Molti uomini sono stati mandati a combattere e le famiglie sono divise. Le donne, spesso soggette a stupri sistematici da parte delle bande armate, non riescono a supplire ai bisogni dei figli.

Quale futuro per i bambini?

Oggi l’infanzia sudsudanese che rimane vede anche svanire la speranza di un futuro migliore. Solo 28 bambini su 100 vanno a scuola - il peggior tasso di scolarizzazione al mondo, in un Paese in cui già in partenza i tassi di analfabetismo erano del 73% per gli uomini e l’84% delle donne. Si calcola che almeno 17.000 bambini sudsudanesi siano già stati reclutati (e armati) dalle diverse fazioni coinvolte nel conflitto di questo Paese frantumato.

“Se nella vita non hai altre alternative, allora ti arruoli nell’esercito e una volta soldato puoi arrivare anche a uccidere tuo padre”, dice Isaac. D’altro canto, quando c’è in ballo la sopravvivenza, gli uomini sono disposti a tutto. “Se dai una pistola in mano ad una persona e quella persona è affamata, non possono che venirgli in mente idee terribili. “Sono affamato e quel tizio in casa ha del cibo, lo prenderò, lo saccheggerò. Bang.”

La vita nei campi di protezione

Nella sola città di Wau, dove sono stato a dicembre e a marzo, due ondate di violenza negli ultimi due anni hanno portato 60.000 persone a lasciare le proprie case e a rifugiarsi presso la cattedrale e gli insediamenti delle Nazioni Unite. Nel "Campo di Protezione AA” si accalcano 40.000 bambini, donne, uomini che nonostante un graduale ritorno alla stabilità del centro abitato (le campagne sono ancora nel caos e poco accessibili anche ai convogli delle Nazioni Unite) scelgono di restare sotto la protezione del filo spinato e dei Caschi Blu piuttosto che rientrare nelle proprie case.

Nel campo le tradizionali strutture sociali non ci sono più; la gente non conosce i propri vicini e non può realmente contare su di loro. Sono saltati i punti di riferimento delle famiglie e sono emersi casi di prostituzione e di sfruttamento del lavoro giovanile. Molti degli insegnanti sono fuggiti e l’unica scuola allestita va avanti solo grazie al lavoro di alcuni anziani che prestano il loro lavoro di volontariato.

Ai bambini non resta che giocare per le vie polverose di questa cittadina artificiale frutto della violenza e molti di loro, oltre che a contribuire alle faccende delle capanne che chiamano “casa”, si industriano per generare qualche risorsa per la famiglia, vendendo carbonella, ferri vecchi, vestiti usati, derrate alimentari, caramelle.

Al bambino africano è negata l'infanzia

Oltre al Sud Sudan, in Africa la violenza, dovuta a conflitti civili ed etnici, al terrorismo, all’instabilità politica, sta minando l’infanzia in ampie zone del Burundi, del Camerun, della Repubblica Centrafricana, del Chad, della Repubblica Democratica del Congo, dell’Etiopia, della Somalia, del Sudan, del Burkina Faso, del Mali, del Niger, della Nigeria. Nella giornata del bambino africano, il 16 giugno, quei bambini hanno ben poco da celebrare.


Tommy Simmons, Fondatore di Amref Italia



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