
Doreen Naiga è un’attivista ugandese di 25 anni, giurista ed esperta di politiche giovanili impegnata nel punto di intersezione tra giustizia climatica, salute pubblica e inclusione sociale. Riconosciuta tra le voci più incisive della nuova leadership africana, affianca Amref Health Africa nel promuovere l’empowerment dei giovani e l’integrazione delle comunità locali nei processi decisionali globali.
Doreen, com'è iniziato il tuo percorso di attivismo in Uganda?
Sono cresciuta in una famiglia di agricoltori: mio padre produce caffè e mia madre lavora come funzionaria di comunità. In quel contesto ho compreso molto presto come l'accesso ai diritti e la tutela sociale non siano teorie astratte sui libri di legge, ma condizioni concrete che determinano la vita quotidiana delle persone. A dodici anni affiancavo mia madre nell'organizzazione degli incontri di villaggio. È stato ascoltando direttamente le necessità e i problemi della mia comunità che ho deciso di intraprendere gli studi giuridici. Volevo acquisire strumenti tecnici per tutelare i diritti della mia gente e trasformare il bisogno di giustizia sociale in un impegno strutturato.
Quali passaggi ti hanno portata dal livello locale alle piattaforme della diplomazia sanitaria internazionale?
Il cambio di scala è avvenuto durante l'emergenza pandemica. In quel periodo ho scelto di aderire alla Bingwa Initiative dell'Unione Africana, un programma finalizzato alla promozione della salute pubblica e alla diffusione delle coperture vaccinali sul continente, assumendo il ruolo di giovane ambasciatrice. La svolta operativa è arrivata durante un vertice con la dirigenza dell'Africa CDC (Africa Centres for Disease Control and Prevention): un mio intervento analitico sul campo ha attirato l'attenzione dei vertici dell'organismo sanitario. Da quel momento il mio raggio d'azione si è ampliato verso la consultazione strategica e il policy-making internazionale, permettendomi di portare le istanze dei territori rurali direttamente nelle sedi istituzionali globali.
A proposito di emergenze sanitarie, come ha gestito l'Uganda l'epidemia di Ebola fino ad essere dichiarato ufficialmente libero dal virus?
Il successo dell'Uganda è dipeso da una risposta integrata basata su una forte sinergia comunitaria tra il Ministero della Salute, l'Africa CDC e le squadre sanitarie di villaggio, che si sono mobilitate capillarmente sul territorio.
Un ruolo determinante è stato svolto anche dalla diplomazia sanitaria transfrontaliera. Condividendo un lungo confine con la Repubblica Democratica del Congo, assistevamo a un continuo flusso di persone e, di fatto, la maggior parte dei pazienti ricoverati nelle nostre strutture erano cittadini congolesi. Gestire quella crisi ha significato bilanciare il tracciamento sanitario, la cooperazione internazionale e la tutela dei diritti dei migranti e dei rifugiati.
L'allarme Ebola ha impattato direttamente anche sul tuo lavoro internazionale, portando persino all'annullamento di una tua missione in Europa. Cosa è successo?
Sì, è stato un episodio emblematico delle contraddizioni della governance globale. Dovevo viaggiare verso Roma e la Polonia nel mio ruolo di Ambasciatrice dei SDGs per il progetto SUBLIME, ma a causa del timore espresso dalla comunità internazionale mi è stato chiesto di rimanere in Uganda. È stata una situazione complessa e paradossale: sul territorio eravamo al sicuro e la gestione dell'epidemia era sotto controllo, ma il solo fatto che l'OMS non avesse ancora rilasciato la dichiarazione ufficiale di paese "Ebola-free" ha bloccato i nostri spostamenti. Questo dimostra quanto lo stigma e i ritardi burocratici internazionali possano isolare gli operatori e le voci del Sud globale anche quando la situazione sul campo è stabilizzata.
Hai partecipato in prima persona alla stesura del primo Youth Position Paper on Climate and Health in Africa e hai preso parte a diverse COP. Quali sono i dati e i punti strategici più rilevanti di quel lavoro?
Il documento parte da una fotografia demografica e strutturale drammatica: l'Africa è il continente più giovane al mondo — con il 60% della popolazione sotto i 25 anni e una prospettiva di crescita da 1,5 a 2,5 miliardi di abitanti entro il 2050 — eppure nove dei dieci Paesi al mondo più vulnerabili al clima si trovano nell'Africa subsahariana. Inoltre, il testo evidenzia come il 98% dei bambini africani sia ad alto o estremo rischio per via degli impatti climatici. A fronte di questo, gli investimenti sul binomio clima-salute rimangono criticamente bassi. L'OMS stima che la crisi climatica sia la più grande minaccia sanitaria per l'umanità, responsabile di circa 13 milioni di decessi all'anno dovuti a fattori ambientali. Il nostro obiettivo con il Position Paper è stato incalzare i governi e i negoziatori internazionali, in vista di appuntamenti centrali come la COP30, affinché destinino risorse finanziarie dirette per proteggere la salute delle giovani generazioni.
In base a quali analisi sostenete la necessità di integrare continuamente politiche ambientali e sanitarie?
L'impatto del cambiamento climatico non va valutato soltanto in termini di degrado ecologico, ma per le sue conseguenze dirette sulla salute e sulla tenuta economica dei territori.
L'aumento dei fenomeni meteorologici estremi provoca la distruzione delle infrastrutture, la perdita dei mezzi di sussistenza e la proliferazione di patologie legate all'inquinamento dell'acqua e alla malnutrizione. Quando un evento climatico devasta un centro abitato, azzera le condizioni di sicurezza sanitaria di intere famiglie. Le popolazioni che hanno contribuito meno alle emissioni globali sono quelle che subiscono gli impatti più severi: su questa sproporzione si fonda la richiesta di una vera giustizia climatica.
Puoi farci degli esempi concreti di giovani leader in Africa che stanno lavorando sul campo all'intersezione tra clima e salute?
Ci sono figure straordinarie che dimostrano come l'attivismo giovanile africano sia estremamente competente, strutturato e diversificato nei metodi. Un esempio è Mayowa Akinpelu, un medico ed ecologista nigeriano che lavora sul campo per integrare la salute ambientale nelle politiche di sanità pubblica, analizzando l'impatto del degrado ecologico sulle epidemie locali e sulle comunità vulnerabili dell'Africa occidentale. Un'altra figura fondamentale è Niona Nakuya, un'attivista e giurista ugandese specializzata nei diritti delle donne e delle comunità rurali. Niona lavora sull'intersezione tra giustizia climatica e salute riproduttiva, evidenziando come i disastri ambientali colpiscano in modo sproporzionato le ragazze e le donne, privandole dell'accesso ai servizi sanitari di base. Ognuna di queste esperienze dimostra che i giovani africani non stanno semplicemente chiedendo un cambiamento, ma lo stanno guidando con analisi tecniche e azioni dirette sul territorio.
Ora sei finalmente in Europa per il progetto SUBLIME, una grande iniziativa sostenuta dall'Unione Europea. Puoi raccontarci il tuo ruolo in questa missione e come si inserisce nel tuo percorso?
SUBLIME (SDGs Unite Border Communities as Leaders of Inclusiveness, Mobilisation and Empowerment) è un progetto europeo strategico che coinvolge Amref e punta a unire le comunità di frontiera europee e del Mediterraneo attorno agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell'Agenda 2030, promuovendo inclusione e partecipazione dal basso. In qualità di SUBLIME SDGs Youth Ambassador e membro dello Steering Committee del progetto con Amref, la mia missione a Roma e successivamente a Malta consiste nell'unire le competenze che ho sviluppato nel mio percorso — dall'assistenza legale sul campo fino alle trattative sui piani climatici internazionali — per portare direttamente la prospettiva, i dati e la voce del Sud del Mondo nei contesti decisionali europei. Nello specifico, mi occupo di guidare le strategie di coinvolgimento dei giovani, contribuire alla formulazione dei documenti programmatici ed elaborare strumenti di storytelling digitale per fare in modo che le comunità locali europee e africane possano dialogare d'ora in avanti su basi di uguaglianza.






