
L’Africa Centrale affronta una nuova epidemia di ebola. È la diciassettesima nella Repubblica Democratica del Congo, ma i dati allarmano gli scienziati. L'epicentro è la provincia di Ituri, nel nord-est del Paese, un'area instabile per conflitti armati, povertà e migrazioni. Il contagio ha già superato i confini nazionali raggiungendo l'Uganda e la capitale Kampala. Per questo l’OMS ha dichiarato l’Emergenza Sanitaria Pubblica di Rilevanza Internazionale. Al 26 maggio sono oltre 1.070 i casi sospetti, almeno 128 i casi confermati in laboratorio (la maggior parte nella RDC, con circa 7 casi confermati in Uganda). Si registrano almeno 246 decessi tra i casi sospetti e 18 decessi confermati in laboratorio.
La corsa contro il tempo è legata a diversi fattori. L'epidemia è causata dal virus Bundibugyo. Il contagio si è esteso per settimane prima della conferma di laboratorio. Inoltre “si sospetta che l’indebolimento dei sistemi di sorveglianza, dovuto ai tagli internazionali ai programmi di salute, abbia contribuito al ritardo nell’identificazione dell’epidemia, riconosciuta quando erano già presenti oltre 200 casi sospetti. La sorveglianza indebolita è certamente solo uno dei tanti fattori che hanno rallentato il riconoscimento del focolaio, ma la diminuzione dei fondi rischia di influire anche sulla gestione dell’emergenza ” afferma Micol Fascendini, esperta di salute globale di Amref
"Si tratta di un virus per il quale non esistono test diagnostici, terapie né un vaccino specifico - continua Fascendini - Il focolaio si è inoltre sviluppato in un contesto estremamente complesso: un’area di conflitto, densamente popolata e situata lungo una frontiera molto frequentata. Tutti fattori che ostacolano la risposta e, allo stesso tempo, facilitano la diffusione del virus".
L'esperta evidenzia anche le cause ambientali. L’attenzione oggi è giustamente concentrata sulla risposta all’emergenza, ma è altrettanto importante riflettere su come questa epidemia abbia avuto origine: solo comprendendo le cause profonde possiamo prevenire epidemie future. L’ebola è una malattia zoonotica, trasmessa dall’animale all’essere umano. I pipistrelli della frutta sono considerati i probabili ospiti del virus, e la malattia è strettamente legata alla deforestazione: quando le foreste vengono distrutte, i pipistrelli si spostano verso i villaggi, aumentando il rischio di contatto con le persone. "La soluzione risiede nell'approccio One Health, che unisce salute umana, animale e ambientale", spiega Fascendini. "Dobbiamo ridurre la deforestazione e rafforzare i sistemi sanitari".
L'Uganda ha attivato le proprie difese, forte dell'esperienza del focolaio gestito nel febbraio 2025, con Amref in prima linea per supportare il contenimento del virus. Il dottor Patrick Kagurusi, Direttore di Amref Uganda, spiega la strategia: "L'Uganda ha sistemi di sorveglianza attivi che hanno intercettato i casi transfrontalieri in tempi brevi. Il contenimento è possibile, ma servono risorse: il sistema sanitario è ancora debole dopo il COVID-19", avverte Kagurusi. "Dobbiamo garantire la continuità dei servizi ordinari. Una donna in travaglio non smette di partorire a causa dell'ebola".
In attesa delle autorizzazioni ministeriali, Amref ha già mobilitato personale lungo gli 800 chilometri di confine con il Congo. L'azione si concentra su 29 distretti ad alto rischio, tra cui Arua, Koboko e Terego. A Terego, Amref supporta la struttura di Ofua, fondamentale per il flusso di pazienti congolesi. I team monitorano le frontiere, tracciano i contatti nelle scuole e negli aeroporti e formano il personale sanitario fornendo dispositivi di protezione. Centrale è il lavoro con le comunità: campagne porta a porta in lingua locale.
La sfida è enorme. Molti equipaggiamenti sanitari usati nelle passate emergenze sono inutilizzabili. Amref lancia un appello per raccogliere i fondi necessari a proteggere gli operatori in prima linea. La Direttrice di Amref Italia, Roberta Rughetti “Siamo profondamente preoccupati per la situazione nella Repubblica Democratica del Congo, epicentro di questa epidemia e siamo al fianco dei nostri colleghi ugandesi e di tutti gli operatori che, in qualsiasi Paese, si stanno adoperando, per tracciare e contenere il virus. Siamo fortemente preoccupati da un indebolimento della solidarietà internazionale che ha permesso grandi passi in avanti negli ultimi venti anni e che ora si ritira, lasciando chiudere presìdi sanitari per mancanza di scorte e personale. Così si indebolisce la capacità di risposta collettiva alle emergenze sanitarie.”





