
L’OMS dichiara l’emergenza internazionale
Il 16 maggio l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato il focolaio di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda un’Emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale (PHEIC), il massimo livello di allerta previsto dal Regolamento sanitario internazionale.
Secondo le autorità sanitarie internazionali, centinaia di casi sospetti e oltre un centinaio di decessi sono stati segnalati tra Repubblica Democratica del Congo e Uganda. Gli esperti ritengono però che la diffusione reale possa essere più ampia di quella oggi identificata.
L’OMS ha chiarito che non siamo di fronte a un rischio pandemico simile al COVID-19. Ma la situazione preoccupa per la velocità della diffusione, la fragilità dei sistemi sanitari coinvolti, la presenza di casi in aree urbane e la possibilità di trasmissione oltre confine.
Un ceppo raro e senza vaccini
A rendere questa epidemia particolarmente preoccupante è proprio il ceppo responsabile del contagio.
Il Bundibugyo virus, identificato per la prima volta nel 2007, è stato associato finora soltanto a pochi focolai documentati tra Uganda e Repubblica Democratica del Congo.
A differenza del ceppo Zaire, contro cui esistono vaccini e strumenti terapeutici, oggi non esistono vaccini autorizzati né terapie specifiche contro Bundibugyo.
Le cure disponibili sono principalmente di supporto: reidratazione, stabilizzazione dell’ossigenazione e della pressione sanguigna, assistenza clinica intensiva.
Anche il tasso di mortalità resta elevato: nelle epidemie precedenti associate al ceppo Bundibugyo la letalità è variata tra il 30% e il 50%.
Il personale sanitario è tra i più esposti
Ebola si trasmette attraverso il contatto diretto con fluidi corporei infetti.
Tra le persone più esposte ci sono medici, infermieri, operatori sanitari e familiari che assistono i malati.
Anche il personale sanitario è già stato colpito dal contagio. Proteggere chi cura significa proteggere intere comunità.
Per contenere Ebola servono dispositivi di protezione adeguati, formazione continua, capacità diagnostica, laboratori funzionanti, tracciamento dei contatti e sistemi di sorveglianza efficaci.
Quando queste risorse mancano, i sistemi sanitari locali rischiano di indebolirsi rapidamente.
Rafforzare i sistemi sanitari per prevenire le emergenze
L’attuale focolaio di Ebola ricorda ancora una volta che le minacce infettive continuano a rappresentare una sfida costante per molti Paesi africani.
Da Ebola e Marburg al colera, da Mpox al COVID-19, le epidemie continuano a mettere sotto pressione comunità, sistemi sanitari ed economie già fragili. A questo si aggiungono gli effetti della crisi climatica, tra siccità e alluvioni sempre più frequenti, che aumentano i rischi sanitari e aggravano vulnerabilità già esistenti.
Negli ultimi anni molti Paesi hanno rafforzato la preparazione alle emergenze sanitarie. Restano però sfide importanti: formazione insufficiente per le risposte rapide alle epidemie, carenze nelle catene di approvvigionamento sanitario, difficoltà di coordinamento e sistemi sanitari che spesso operano con risorse limitate.
Da oltre 69 anni Amref lavora insieme a governi africani, comunità locali e istituzioni regionali per rafforzare i sistemi capaci di prevenire, identificare e rispondere alle minacce sanitarie, garantendo allo stesso tempo la continuità dei servizi essenziali durante le crisi.
Dall’Uganda, Patrick Kagurusi, Country Manager di Amref Health Africa, spiega quali sono oggi le priorità immediate:
“Le priorità sono la comunicazione del rischio e il coinvolgimento delle comunità, la sorveglianza sanitaria nei distretti di confine, la formazione del personale sanitario e la continuità dei servizi essenziali. La nostra sfida principale oggi è la mancanza di risorse finanziarie per intervenire.”
La sicurezza sanitaria non significa soltanto rispondere a un’emergenza quando è già iniziata. Significa costruire preparazione, fiducia e sistemi sanitari più forti.
Per questo Amref lavora da sempre insieme alle comunità e alle istituzioni locali per:
- rafforzare capacità diagnostiche e sistemi di laboratorio
- formare operatori sanitari e personale in prima linea
- rafforzare il coinvolgimento delle comunità e la comunicazione del rischio
- migliorare la sorveglianza sanitaria anche nelle aree di confine
- garantire la continuità dei servizi sanitari essenziali durante le crisi
- rafforzare prevenzione delle infezioni, igiene e accesso ai servizi essenziali.
Sono interventi che permettono ai Paesi di costruire risposte autonome e più resilienti alle minacce sanitarie.
L’esperienza maturata da Amref nella risposta a Ebola in Uganda e Guinea, nella preparazione alle epidemie nei Paesi ad alto rischio e nelle emergenze sanitarie degli ultimi anni - dal COVID-19 al colera, fino a Mpox e Marburg - dimostra che costruire sistemi sanitari forti è la difesa più efficace contro le crisi future.
La salute dell’Africa è la salute di tutti
Questa emergenza ci ricorda ancora una volta che la salute globale riguarda tutti.
Le epidemie non si fermano ai confini. Quando la prevenzione si indebolisce, quando i sistemi sanitari locali non hanno risorse sufficienti e quando la cooperazione internazionale perde forza, il rischio riguarda tutti.
Investire oggi nella prevenzione, nei sistemi sanitari locali e nelle competenze delle comunità significa salvare vite oggi e ridurre il rischio di crisi future.
Perché nessun Paese affronta da solo una minaccia sanitaria globale.
Un virus che il mondo conosce da quasi 50 anni
La storia di Ebola inizia nel 1976, quando il virus venne identificato per la prima volta nell’allora Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, e in Sudan.
A scoprirlo fu un gruppo di ricercatori guidato dal microbiologo belga Peter Piot, dopo l’arrivo in un laboratorio di Anversa di campioni di sangue prelevati da una suora missionaria morta a causa di una misteriosa febbre emorragica.
Il nome “Ebola” deriva dal fiume vicino all’area in cui si sviluppò il primo focolaio.
Da allora epidemie e focolai si sono verificati periodicamente in diversi Paesi africani. L’epidemia più grave mai registrata è stata quella del 2014-2016 in Africa occidentale, con oltre 28 mila casi e più di 11 mila morti tra Guinea, Liberia e Sierra Leone. In quell’occasione il virus raggiunse anche Europa e Stati Uniti.
Anche l’Italia fu coinvolta: nel 2014 il medico Fabrizio Pulvirenti e l’infermiere Stefano Marongiu contrassero il virus durante il loro lavoro volontario in Sierra Leone. Entrambi riuscirono a guarire.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, Ebola appartiene alla famiglia dei Filoviridae e comprende diverse specie virali. Le epidemie più recenti sono state causate soprattutto dal ceppo Zaire, mentre il focolaio attuale è provocato da una variante molto più rara: il Bundibugyo virus.
Fonti: Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); Africa CDC; Ministero della Salute italiano; Istituto Superiore di Sanità; Rai News; Focus; The Guardian; materiali e aggiornamenti Amref Health Africa sulla sicurezza sanitaria e risposta alle epidemie.






