
Intervista a Micol Fascendini esperta Amref per la One Health
Il tema della Giornata della Terra 2026 ci spinge a riflettere sul potere che abbiamo nel proteggere il pianeta. Guardando ai territori più fragili, qual è lo stato di salute della Terra oggi?
La terra è in uno stato di emergenza. Le Nazioni Unite parlano sempre più spesso della triplice crisi planetaria che sta danneggiando gravemente l’ambiente, generando perdite economiche e, soprattutto, mettendo a rischio l’esistenza sul pianeta. Cambiamento climatico, inquinamento e perdita di biodiversità rappresentano oggi le minacce più gravi. La temperatura media globale è aumentata di 1.3°C dall’inizio dell’era industriale, con variazioni regionali anche molto più elevate. Il riscaldamento globale sta provocando cambiamenti irreversibili. La salute umana è intimamente connessa alla salute della terra. Non può esserci salute, se gli ecosistemi non sono sani. La natura ci fornisce acqua, cibo, energia, regolazione del clima e delle malattie, aria pulita, benessere psicologico e senso di connessione profonda. La crisi ambientale non è un problema isolato: è una crisi economica, sociale e sanitaria che minaccia lo sviluppo e la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi. Per affrontarla servono approcci integrati, inclusivi e multisettoriali capaci di superare i confini delle singole discipline e di generare soluzioni innovative.
In che modo il degrado degli ecosistemi e la crisi climatica si riflettono sulla salute umana, e perché il concetto di One Health non è più un’opzione teorica ma l’unica lente realistica attraverso cui guardare al futuro?
La One Health è un approccio integrato che mira a bilanciare in modo sostenibile la salute di persone, animali ed ecosistemi. Mobilita settori, discipline e comunità affinché collaborino per affrontare le minacce alla salute e agli ecosistemi, garantendo al tempo stesso l’accesso collettivo a cibo, acqua, energia e aria sani. Contribuisce alla lotta ai cambiamenti climatici e allo sviluppo sostenibile. In un mondo in cui le minacce alla salute sono sempre più frequenti e complesse, la One Health è essenziale per migliorare i sistemi di prevenzione e gestione dei rischi. È l’unica via per raggiungere la salute globale e uno sviluppo davvero sostenibile.
Sei da poco tornata da una missione di monitoraggio del progetto HEAL (One Health Units for Human, Animal and Environmental Health) attivo in Kenya ed Etiopia. Rispetto alle tue visite precedenti, cosa è cambiato visibilmente sul campo?
Durante la mia ultima missione ho visto chiaramente il valore aggiunto della One Health. Non è solo una questione di numeri, ma di cambiamento del modo in cui la comunità vive e costruisce la propria salute. Le donne, ad esempio, non devono più scegliere se vaccinare il proprio bambino o il proprio gregge: ora possono farlo nello stesso momento, risparmiando tempo e denaro. Comunità e istituzioni affrontano insieme le sfide della salute – umana, animale e degli ecosistemi – con un senso crescente di responsabilità condivisa.
Qual è l’impatto concreto che questo modello di salute integrata (umana, animale e ambientale) sta avendo sulla resilienza di comunità che vivono in prima linea la crisi climatica?
Il progetto HEAL di Amref usa l’approccio One Health per migliorare l’accesso ai servizi essenziali nelle comunità pastorali di Etiopia e Kenya. I pastori nomadi si spostano continuamente alla ricerca di acqua e pascoli per il bestiame, e questo rende molto difficile raggiungerli con servizi sanitari, veterinari o di gestione delle risorse naturali. Per rispondere a questa sfida, il progetto ha creato un nuovo modello di cura: la One Health Unit, un’equipe multidisciplinare che segue i movimenti dei pastori e offre, nello stesso luogo e nello stesso momento, servizi per la salute delle persone, degli animali e dei pascoli. Una delle innovazioni più importanti è il coinvolgimento delle comunità e delle istituzioni locali nella pianificazione e gestione quotidiana dei servizi. Negli anni, i progressi sono stati notevoli: dieci One Health Unit hanno raggiunto più di 80,000 persone e 750,000 animali con vaccinazioni, prevenzione e cura.
Micol Fascendini con il team della One Health Unit - Progetto Heal
Il 2026 segna una svolta drammatica per la cooperazione: il ritiro degli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi e dallo statuto dell'OMS, unito allo smantellamento operativo di USAID, ha sottratto circa 40-60 miliardi di dollari agli aiuti globali. Questo colpo si abbatte con ferocia soprattutto sulla lotta al cambiamento climatico. C’è il rischio che la mancanza di risorse per il clima vanifichi decenni di progressi sanitari, lasciando le comunità inermi di fronte a un ambiente sempre più ostile?
Il ritiro degli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi ha indebolito la cooperazione globale nella lotta al cambiamento climatico. Ma il problema non è solo la loro uscita: quando una grande potenza si sfila, altre nazioni possono sentirsi legittimate a fare lo stesso, mettendo a rischio anni di progressi. Lo stesso vale per l’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Per decenni, hanno contribuito ai risultati globali nella salute pubblica: dalla lotta all’AIDS, malaria, e tubercolosi, al controllo di epidemie e pandemie, fino alla sicurezza alimentare e alla nutrizione. Perdere un attore così importante, mentre molti altri paesi stanno riducendo i fondi alla cooperazione, è particolarmente grave. Le sfide che affrontiamo oggi, come il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, l’insorgenza di nuove malattie infettive e il rischio pandemico, richiedono più che mai una risposta unita e globale.
Praticamente, cosa accade quando questi finanziamenti spariscono?
Nel nostro piccolo, l’interruzione dei fondi americani si è fatta sentire subito. Le forniture alimentari per i programmi di nutrizione sono venute meno da un giorno all’altro. Nelle contee di Marsabit e Isiolo, in Kenya, il plumpynut, la pasta di arachidi arricchita usata per trattare la malnutrizione acuta, non arriva da mesi. Eppure, questa crisi sta aprendo anche uno spazio per ripensare le strategie. In Kenya, istituzioni e comunità stanno lavorando insieme agli attori della cooperazione per trovare soluzioni alternative. Non è semplice e non è immediato, ma la collaborazione tra saperi scientifici e conoscenze tradizionali sta già portando alla creazione di risposte più adatte al contesto locale. È un processo che richiede tempo, ma che rafforza la resilienza delle comunità e la loro capacità di affrontare le sfide future.
Esistono dei segnali premonitori, delle "spie" che indicano un rapporto ormai incrinato tra uomo e natura?
Oggi sappiamo che il 60% delle malattie infettive umane ha origine negli animali, e che tre malattie infettive emergenti su quattro sono zoonosi. Poco più di sei anni fa siamo stati colpiti dalla pandemia di COVID-19, una malattia nuova, mai osservata prima, molto probabilmente originata dagli animali. Ma il COVID-19 non è un’eccezione: è una delle tante malattie infettive emergenti, nuove o che si diffondono in aree dove non erano presenti prima. Molte di queste sono zoonosi, spesso scatenate o amplificate dal rapporto incrinato tra esseri umani e natura, sono malattie che mettono a rischio la sicurezza sanitaria globale. Tra gennaio e marzo 2026, l’Istituto Superiore di Sanità ha registrato 113 casi di Dengue in Italia, tutti associati a viaggi all’estero. La Dengue è endemica nelle regioni tropicali e subtropicali, e in Europa si manifesta come malattia da importazione a causa degli spostamenti sempre maggiori di merci e persone. La diffusione della Dengue nei nostri territori, però, è resa possibile dalla presenza del vettore – la zanzara Aedes – che, a causa del riscaldamento globale, si è stabilita anche in aree un tempo temperate. La relazione compromessa tra essere umani e natura sta aumentando l’insorgenza e la diffusione di nuove e meno nuove malattie infettive. Da anni gli esperti ripetono che “la prossima pandemia è solo una questione di quando, non di se”. Di fronte a rischi così complessi, nessun settore può agire da solo.
La salute del pianeta – la nostra salute – è nelle nostre mani. Siamo tutti responsabili nel proteggerla e nel migliorarla. Anche come singoli individui possiamo contribuire in maniera concreta alla salute del pianeta. Le politiche e le azioni dei governi sono ovviamente essenziali per cambiare rotta, promuovere la salute globale e sostenere uno sviluppo realmente sostenibile. Ma la responsabilità individuale e le scelte consapevoli di otto miliardi di persone possono generare un impatto enorme. La One Health funziona davvero solo quando tutti – istituzioni e cittadini – si muovono nella stessa direzione.
Foto credits immagine in evidenza Alessandro Beltrame






