
“Essere attivista è una parte di me”. Jasmina ha 22 anni, è una giovane donna di seconda generazione, italiana con radici egiziane, ed è una delle voci del progetto Y-ACT.
Il progetto, cofinanziato dall’Unione Europea (CERV – DAPHNE), con capofila Amref Italia e come partner l’Associazione Le Reseau, il Coordinamento Nazionale Nuove Generazioni Italiane (CONNGI) e l’Università di Milano Bicocca e che prosegue grazie al contributo non condizionato di MSD, ha l’obiettivo di prevenire e contrastare le Mutilazioni Genitali Femminili in Italia, in quanto violazione dei diritti umani e forma di violenza di genere che colpisce le ragazze e le donne in diverse dimensioni della loro vita, individuale, sociale, sessuale e sanitaria.
Il percorso di Jasmina racconta bene come i giovani – e in particolare le seconde generazioni – possano diventare il motore del cambiamento, capaci di aprire dialoghi nuovi e necessari su temi complessi come le mutilazioni genitali femminili (MGF), la violenza di genere e le discriminazioni.
Un’attivista che nasce dall’ascolto
Dentro Jasmina l’attivismo c’è sempre stato. “Fin da ragazzina sentivo che qualcosa non tornava”, racconta ricordando gli episodi di scherno a scuola, le parole usate per denigrare qualcuno, il peso delle discriminazioni anche quando sembrano “solo battute”.
Crescere come ragazza di seconda generazione le ha dato uno sguardo diverso, più attento alle ingiustizie e alle dinamiche di potere.
Alle medie inizia a interessarsi ai diritti delle donne. Poi queste riflessioni diventano conversazioni tra amici, post sui social, prese di posizione sempre più consapevoli.
Gli eventi internazionali – dall’uccisione di George Floyd ai conflitti dimenticati – rafforzano in lei la convinzione che la giustizia sociale non sia un tema lontano, ma qualcosa che attraversa anche la vita quotidiana.
Scoprire le MGF partendo da sé
L’incontro con il tema delle mutilazioni genitali femminili arriva quasi per caso, attraverso il progetto Y-ACT a cui partecipava sua sorella.
“Pur essendo egiziana, non sapevo davvero cosa fossero le MGF”, ammette. A scuola ne aveva sentito parlare solo marginalmente, associate all’infibulazione e a contesti percepiti come lontani, “altri”.
In Italia, infatti, le MGF vengono spesso raccontate come qualcosa che riguarda solo un altrove remoto, ma la realtà racconta altri dati: al 1° gennaio 2023 si stima che siano presenti circa 88.500 donne di età superiore ai 15 anni che hanno subito le MGF, oltre 16.000 le bambine potenzialmente a rischio.
Una pratica di cui si parla ancora poco, sconosciuta a gran parte degli italiani: solo il 55% degli intervistati da IPSOS per Amref è consapevole dell’esistenza di donne mutilate in Italia e per l’87% sarebbe importante fare maggiore informazione su questo fenomeno per comprenderlo e capirlo.
È proprio la mancanza di conoscenza, spiega Jasmina, a creare distanza e impedire di capire davvero il fenomeno. Entrando nel progetto Y-ACT, scopre invece che le MGF hanno fatto parte anche della storia della sua comunità e che, nonostante siano illegali, esistono ancora.
Questa consapevolezza ha un impatto profondo. “Penso alle donne venute prima di me, alle bambine, alle ragazze”.
Ma Jasmina rifiuta un linguaggio che riduce tutto alla parola “vittime”.
Parlare di MGF significa parlare di violenza di genere, di controllo del corpo e della sessualità delle donne, di patriarcato e misoginia. E per farlo serve rispetto, non stigmatizzazione.
Conoscere per cambiare
Durante il suo percorso, la percezione di Jasmina cambia radicalmente. Non solo sul piano emotivo, ma anche su quello della conoscenza.
Capire cosa sono le MGF, quanto sono diffuse, perché esistono e quali conseguenze hanno è fondamentale per evitare semplificazioni pericolose.
“Se le chiamiamo solo barbarie, non le capiamo”, spiega. Le MGF sono legate a norme sociali, credenze profonde, idee di igiene, bellezza e controllo. È proprio questa complessità a renderle difficili da contrastare, ma anche a indicare la strada: informazione, ascolto, lavoro collettivo.
Nel progetto Y-ACT, il confronto con altri giovani è centrale. Condividere storie, dati, vissuti crea consapevolezza e offre strumenti concreti per agire, anche nei contesti quotidiani, come la scuola o la famiglia. Parlare di MGF a scuola, ad esempio, può fare la differenza nel costruire uno sguardo più informato e meno giudicante.
Il cambiamento nasce dal dialogo
Per Jasmina, la parola chiave è una sola: dialogo. Un dialogo che sia intergenerazionale, paziente, rispettoso. “Senza la pretesa di sapere cosa è meglio per gli altri”.
Quando si cercano soluzioni rapide e semplici, il rischio è quello di scivolare nel razzismo o nella logica del “salvatore bianco”, che non aiutano davvero le comunità coinvolte.
Lavorare per il cambiamento significa entrare nelle comunità, creare spazi sicuri, parlare del corpo delle donne come di un corpo che non deve essere controllato. Significa anche spiegare le conseguenze delle MGF, perché molte donne non sanno che alcuni problemi di salute sono legati a questa pratica.
E significa coinvolgere anche gli uomini. Il superamento delle MGF, come di ogni forma di violenza di genere, passa dal rispetto reciproco e da una responsabilità condivisa.
Una responsabilità personale
C’è un momento preciso in cui Jasmina capisce che non potrà più fare un passo indietro. È al Campidoglio, a Roma, prima di salire su un palco. “Non stavo parlando di donne in astratto. Stavo parlando delle mie donne”. In quel momento sente tutto il peso – e la forza – delle generazioni che l’hanno preceduta.
È una responsabilità che non schiaccia, ma che dà senso. Una responsabilità che molte giovani di seconda generazione riconoscono come propria: abitare più mondi, tenere insieme identità diverse, trasformare questa complessità in una risorsa per il cambiamento.
Giovani e seconde generazioni: il motore del cambiamento
Secondo Jasmina, il primo passo è informarsi. Le MGF sono una forma di violenza di genere e chiamano in causa anche l’educazione sessuo-affettiva, il modo in cui guardiamo al corpo femminile, all’autodeterminazione e all’empowerment femminile.
Finché il corpo delle donne continuerà a essere controllato, la violenza assumerà forme diverse, in tutte le culture.
Per questo è importante uscire dalla logica dello stigma e riconoscere che anche in Italia esistono discriminazioni, violenza di genere, discriminazioni di genere che vanno affrontate.
I giovani hanno un ruolo chiave: possono rompere il silenzio, costruire ponti, portare nuove narrazioni. Possono parlare di discriminazione e MGF senza semplificare, senza puntare il dito, ma scegliendo l’ascolto.
“Fate casino”: la forza della voce
Il messaggio finale di Jasmina è semplice e potente. “Fate casino. Siate rumorose, antipatiche, polemiche”. La voce è lo strumento più forte che abbiamo. Anche chi non si definisce attivista, usando la propria voce, sta già mettendo in discussione il sistema patriarcale.
Alle donne che vivono direttamente il tema delle MGF, Jasmina rivolge parole chiare: «Vi vedo. Vi ascolto. Non siete sole». Rompere il silenzio non significa essere deboli, ma riconoscere una forza collettiva.
Parlarne, informarsi, ascoltare: è da qui che nasce il cambiamento. Ed è da qui che i giovani, oggi, stanno già facendo la differenza.






