«Ebola non è un problema 'degli altri' né un'emergenza confinata al continente africano. Liquidare i sintomi di chi rientra da aree a rischio come un'ipotesi remota è un errore grave: i medici e i sistemi sanitari europei devono escludere Ebola con test specifici di fronte a quadri febbrili sospetti. Il virus non rispetta i confini geografici». È il monito lanciato da Sarah Kosgei, esperta sanitaria di Amref Health Africa, in Kenya, mentre l'epidemia sostenuta dal ceppo Bundibugyo ha superato una soglia critica per la sicurezza sanitaria dell'intero continente africano. Nelle ultime settimane il virus è uscito dai confini della Repubblica Democratica del Congo – dove si registra l'epidemia più grave della storia del Paese con oltre 9.700 casi e più di 4.680 decessi – arrivando prima in Kenya e successivamente in Nigeria, dove è stato confermato il primo caso ad Abuja in una donna proveniente dall'Uganda con 44 contatti tracciati.

La situazione in Kenya rappresenta un forte campanello d'allarme per l'intera regione: l'infezione di un viaggiatore giunto a Nairobi dal Congo via Uganda ha generato un cluster locale di nove casi confermati. Il bilancio nel Paese conta oggi due decessi, mentre sono 135 i contatti monitorati in quarantena, tra cui parenti e quattro operatori sanitari contagiati all'interno delle strutture ospedaliere. A differenza della variante Zaire, per il ceppo Bundibugyo non esistono vaccini o trattamenti specifici approvati e distribuiti su larga scala. Per questo motivo l'Organizzazione Mondiale della Sanità e l'Africa CDC chiedono la massima allerta epidemiologica, sottolineando che senza una rigorosa prevenzione di frontiera e un tracciamento capillare dei contatti il rischio di un'escalation regionale è reale.

Le sfide sul campo sono complesse e stratificate. L'elevata mobilità della popolazione lungo i corridoi commerciali transfrontalieri si scontra con la carenza di dispositivi di protezione, i ritardi diagnostici ai punti di ingresso e il rischio di infezione per il personale medico di prima linea. Sulle polemiche relative alla tenuta dei controlli ai valichi, Kosgei chiarisce perché il virus riesce a viaggiare incustodito: «Non siamo di fronte a un fallimento dei sistemi di sorveglianza, ma alla natura stessa del virus. Ebola ha un periodo di incubazione fino a 21 giorni: una persona infetta può percorrere centinaia di chilometri ed essere del tutto asintomatica ai controlli della temperatura o ai moduli d'ingresso. Il virus viaggia nell'ombra prima che compaiano i primi segnali». Di fronte ai rimpalli di responsabilità tra governi, l'esperta aggiunge: «Cercare un colpevole o accusare gli Stati vicini è inutile e pericoloso. La sicurezza sanitaria è una responsabilità collettiva che richiede massima trasparenza nello scambio dei dati e nel tracciamento dei contatti. Nessun Paese può blindarsi da solo».

A complicare la risposta è anche la rapida diffusione di notizie false che alimentano la diffidenza nelle comunità: «Stiamo combattendo una seconda epidemia, quella della disinformazione. Dalle teorie del complotto che vedono il virus come una finzione del governo per drenare fondi o condizionare le elezioni, fino al terrore ingiustificato che si trasmetta per via aerea, la trasparenza e l'informazione capillare sul territorio sono decisive quanto la risposta medica».

In risposta a questa emergenza, Amref è scesa in campo in Kenya a supporto del Piano di Preparazione e Risposta promosso dal Ministero della Salute e dal Kenya National Public Health Institute (KNPHI). L'organizzazione mette così a disposizione della risposta regionale la vasta esperienza già maturata nel rafforzamento dei sistemi di sorveglianza, nella formazione sanitaria e nella prevenzione d'emergenza in Paesi chiave a rischio come l'Uganda e il Sud Sudan. Con il supporto del Dipartimento di Stato americano (DOS), Amref ha attivato un piano d'azione straordinario da 2,4 milioni di dollari per blindare 13 contee keniote ad altissimo rischio transfrontaliero, tra cui aree strategiche come Turkana, Busia, Migori e la capitale Nairobi.

L'intervento ha già visto la formazione di oltre 1.200 operatori sanitari e il reclutamento diretto di presidi di confine a Migori (57 operatori), Busia (39) e Turkana (38), accanto alla mobilitazione di 2.200 promotori della salute comunitari e a campagne radiofoniche capaci di raggiungere oltre 51.000 persone.

La gestione di questa epidemia dimostra ancora una volta come la salute globale sia un equilibrio fragile e interconnesso. La minaccia di Ebola ricorda l'urgenza di adottare un approccio One Health, capace di integrare la salute umana, quella animale — legata ai serbatoi naturali del virus come i pipistrelli — e la tutela ambientale. In un mondo senza confini impermeabili, la capacità di prevenire future crisi sanitarie dipenderà unicamente dal livello di solidarietà, cooperazione scientifica e prontezza diagnostica che le comunità internazionali sapranno mettere in campo insieme.